Recensione: Among the Ruins

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"Among the Ruins" non è un titolo particolarmente originale, da affibbiare a un album metal. Soprattutto se il metal medesimo è estremo.

Al contrario, lo stile degli Altar Of Beltegeuze è piuttosto originale, nella sua complessa intersezione fra doom, stoner e death. Tre generi che, miscelati secondo il talento creativo dei Nostri, danno luogo a un sound difficilmente definibile, in senso stretto. Più o meno, infatti, non c'è una predominanza essenziale anche se, a voler proprio inserire i finlandesi in una corrente, quella dello stoner metal appare la più appropriata.

Difatti, i suoi dettami stilistici fondamentali ci sono tutti: produzione vintage, basso pulsante, chitarre dai toni ribassati, ritmo lento. Riffoni su riffoni, insomma. Olli "Otu" Suurmunne e Juho Kareoja pare abbiano delle chitarre gigantesche, in grado di generare accordi titanici. La distorsione delle stesse ha un sapore gustosamente analogico, dando così alla band un chiaro sapore di vecchio, di stantio. Sapore di polvere, come quella che si deposita fra le rovine di antichi agglomerati lapidei, parafrasando il nome del disco.

L'idea di dividere le linee vocali in due non è certo la prima volta che si attua, tuttavia l'applicazione della teoria è svolta con ottima resa. Merito, soprattutto, della voce di Suurmunne, davvero nata per la bisogna. Un'ugola capace di attivare visioni lisergiche, colorate di arancione e giallo, di far venir sete immaginando di essere in un deserto riarso, tipo quelli degli States del Sud, citando un Paese non a caso.

La bravura degli Altar Of Beltegeuze nel tenere costante e fermo il loro stile è notevole, tant'è che "Among the Ruins" non pare affatto provenire dalla Scandinavia, anzi. La peculiarità dello stoner, a parere di chi scrive, è proprio quella costringere l'ascoltatore in una bolla d'aria ferma, immobile. Immota sin dagli anni 70. In questo, il quartetto di Helsinki è assolutamente impeccabile. Anche quando emerge il roco growling del bassista Matias Nastolin, certamente insufficiente, da solo, a far pendere l'ago della bilancia dalla parte del death.

Come da tradizione (un'altra... sic!), le song del platter sono lunghe, se rapportate alla media del rock. Una derivazione dal doom che s'incastra perfettamente nelle corde dello stoner. Il quale ha bisogno di tempo per srotolare completamente le trame delle proprie canzoni. Non eccezionali come lo stile, occorre evidenziare. L'assenza di melodia non aiuta a digerire le intense traversate di regioni desolate e prive di vita, come per esempio avviene in 'Absence of Light'. Ma non è tanto questo, a rendere pesante l'ascolto di "Among the Ruins", quando la sua incapacità di regalare sorprese. Una volta passate 'The Offering' e 'Sledge of Stones', infatti, rimane poco altro da scoprire, all'interno delle interminabili nonché roventi spire elaborate dal combo nordeuropeo.

Il che è un peccato, poiché la bravura degli Altar Of Beltegeuze a creare un proprio marchio di fabbrica è, in un certo senso, vanificata da un songwriting fiacco e poco convinto. Incapace di solleticare la curiosità e instillare nella mente la voglia di lasciar girare numerose volte "Among the Ruins" nel lettore.

Solo per super-appassionati, insomma. 

Daniele "dani66" D'Adamo

 
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