Recensione: An Eye For An Eye

Di Fabio Vellata - 12 Aprile 2008 - 0:00
An Eye For An Eye
Band: Dezperadoz
Etichetta:
Genere:
Anno: 2008
Nazione:
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72

Qualcosa di originale? Un disco un po’ diverso dal solito?
Una proposta fuori dagli schemi?
Eccovi serviti i Dezperadoz, creatura di natali germanici che tradisce – contrariamente a quanto desumibile dalla carta d’identità – fortissime e sbandierate connotazioni “western”.

Nati per mano di Alex Kraft e, agli esordi, del leggendario frontman dei Sodom, Tom Angelripper (ambedue membri degli Onkel Tom), i Dezperadoz sono qualcosa che, in effetti, con estrema difficoltà trova termini di paragone nel panorama musicale odierno.
Davvero particolare e fuori dagli schemi, la musica del gruppo teutonico mescola – e con discreto successo – le robuste “schitarrate” dai toni massicci tipici dell’heavy più solido e roccioso, con le atmosfere polverose alla Ennio Morricone, in una soluzione finale che attualizza il feeling del “wild west” in chiave roboante e metallicamente quadrata.

I Dezperadoz non sono del tutto nuovi al pubblico in realtà, trattandosi in questo specifico caso, del terzo platter sfornato in carriera.
Solo ora, tuttavia, è palpabile e concreta la sensazione di avere a che fare con una band dalla fisionomia definita, dotata di spina “dorsale” e di una propria ragione d’essere che la porti ad essere considerata qualcosa di più che un semplice progetto estemporaneo.
L’evoluzione, infatti, appare palese: dopo un primo disco, ‘The Dawn Of Dying‘ (uscito con il monicker Desperados, senza le “Z”) dalla natura episodica ed occasionale, è stata la volta di ‘The Legend And The Truth‘, album incentrato sulla figura epica e romanzesca di Wyatt Earp, che già denotava maggiore personalità, per giungere, ora, al nuovo ‘An Eye For An Eye‘, platter che si autodefinisce (per voce del suo stesso autore) “spaghetti western metal” e conclude il processo di maturazione della proposta, fornendo, per la prima volta, una storia carica di significati e di una certa pregnanza a livello concettuale.

La vicenda è, infatti, sostanzialmente incentrata sulla figura di Hank, giovane pistolero ipoteticamente coinvolto nel mitico Wild Bunch (il celebre “mucchio selvaggio”, nucleo di fuorilegge capeggiati da Butch Cassidy, attivo sul finire del diciannovesimo secolo) che, reo dell’assassinio del migliore amico per vendetta ed in nome della religione, viene condannato a morte e trascorre gli ultimi giorni della propria esistenza in carcere raccontando, in prima persona, la sua triste vita (per saperne di più, vedere l’intervista).
Escamotage “poetico” per diffondere un messaggio di biasimo della violenza e del concetto stesso di vendetta (come riferito dallo stesso Kraft), l’album prende forma su di una serie di brani spesso di accettabile livello e realmente insoliti, colmi di effetti sonori (grande dispiegamento di banjo, fiati e slide guitars) e di atmosfere da vecchio film western che, in alcuni tratti, avvicinano la narrazione ad una colonna sonora, a cui fanno da contraltare, chitarroni pesanti e massicciamente heavy ed una produzione (ad opera di Dennis Ward dei Pink Cream 69) assolutamente a cinque stelle.

Non tutte della medesima qualità sono, sfortunatamente, le composizioni esibite che, al di là dei buonissimi propositi di fondo, talora difettano un po’ in dinamismo ed efficacia.
Meritano un grande plauso tracce come la sensazionale “Days Of Thunder”, pezzo dall’epicità diffusa che vale da solo l’intero disco, le avvincenti e tonanti “Wild Times” e “Here Comes The Pain” e la intensa “Don’t Give Up”, superata in pathos solo dalla eccellente cover dei Doors, “Riders On The Storm” che, legandosi alla perfezione con l’andamento del disco, sorprende in una versione country di grande ricchezza emotiva.
Segnalazione, infine, anche per la seconda cover in scaletta, il magnifico rockabilly di “25 Minutes To Go” dell’immortale Johnny Cash, che chiude degnamente la narrazione.
Sul versante “negativo”, svettano invece la ripetitività e la scarsa scorrevolezza di “When Circus Comes To Town” (invero caotica ed incomprensibile la parte centrale, sebbene fondamentale per la storia) e l’eccessivo monolitismo di “Wild Bunch”, canzoni che purtroppo mettono in luce il punto debole del disco, identificabile in una certa disomogeneità che ne mina in parte le ambizioni di “alta classifica.”

Impossibile trovare paragoni dunque (qualcuno potrebbe suggerire erroneamente i Molly Hatchet, che, pur non del tutto incomparabili, hanno un approccio decisamente meno cinematografico e più epico), la proposta di Alex Kraft e dei suoi compari si offre al pubblico come un esempio di atipica originalità e voglia di tentare qualcosa di differente, che non può non raccogliere plauso e sostegno.

Da affinare ancora ma da tenere in grande considerazione: l’idea è buonissima ed il divertimento garantito. Ancora pochi passi ed il curioso “spaghetti western metal” dei Dezperadoz potrà dirsi un vero successo!

Tracklist:

01. An Eye For An Eye
02. Hate
03. Days Of Thunder
04. Wild Bunch
05. Wild Times
06. Riders On The Storm (Cover Doors)
07. Here Comes The Pain
08. Don’t Give Up
09. May Heaven Strike Me Down
10. When The Circus Comes To Town
11. Tooth For A Tooth
12. 25 Minutes To Go (Cover Johnny Cash)

Line Up:

Alex Kraft – Voce / Chitarra
Alex Weigand – Basso
Markus Kullmann – Batteria

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