Recensione: An Homage to Falkenbach Pt. I

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Il trionfale ritorno sul mercato dopo quasi otto anni di assenza di Falkenbach, con il suo epico Ok Nefna Tysvar Ty e il successivo Heralding the Fireblade, ha risvegliato nell'intero panorama pagan un gran fermento che ha innalzato l'autore islandese/tedesco fin sulle vette del folk ancestrale europeo. Il suo profilo sempre riservato, i suoi album di bellezza indiscussa e il suo grande seguito lo hanno a volte avvicinato a mostri sacri come Bathory, paragone da sempre rifiutato da chi ha progetti e scopi molto diversi da quelli del compianto maestro del black e del viking mondiale.
Nel periodo che di poco precedette l'uscita di Heralding the Fireblade, sul sito di Falkenbach fu organizzato e messo a punto un concorso per band emergenti, le cui migliori cover degli album di Vakyas sarebbero state pubblicate in due album separati di tributo ai dieci anni di carriera dell'artista. Il fermento fu grande e la voce si sparse in tutti gli ambienti dediti a questo genere di sonorità finché nel mese scorso non sono stati pubblicati, in anticipo sui tempi, entrambi gli album contenenti 16 cover delle canzoni più blasonate di Falkenbach. Le band, per lo più conosciute negli ambienti underground del viking/pagan/folk/celtic metal, sono in seguito state organizzate dalla Skaldic Art, etichetta di proprietà dello stesso Vratyas Vakyas, e immortalate in questo tributo decisamente degno di essere ascoltato da chi da sempre apprezza il folk/pagan metal come fonte di ispirazione musicale e filosofica.

Il primo disco del tributo si apre con "Baldurs Tod", traccia conclusiva di ...Magni Blandinn ok Megintiri..., tiratissima nella sua versione originale e qui invece rimaneggiata magistralmente con strumenti orchestrali sintetizzati. L'autore è Anakron, unico membro di una band ungherese particolarmente orientata verso gli strumenti classici, che dal 1999 al 2004 pare abbia scritto oltre sei ore di folk metal solamente per proprio gusto personale. Alla fine di quest'anno uscirà un suo album, "The Viking Warrior", che dovrebbe essere una suite strumentale ispirata alle atmosfere più epiche e drammatiche di Falkenbach. E la classe di questo ragazzo si nota proprio durante il percorso della canzone, punteggiata di arpe, flauti in controtempo e percussioni di ogni tipo.
Un'overtoure degna che lascia il posto al glorioso manifesto pagano di En Their Medh Riki Fara, "Heathenpride". Punto di luce dell'album che la contiene, la canzone è stata qui fedelmente riproposta dai Folkearth, band paneuropea che nel proprio primo CD, "A Nordic Poem", contava tra le proprie schiere ben 14 musicisti, e che nel secondo album aumenteranno fino a 30 membri provenienti da una moltitudine di nazioni diverse tra cui Italia, Inghilterra, Grecia, Svezia, Lituania, Austria, USA, Germania e Spagna. La loro Heathenpride è praticamente ricalcata sulla versione originale, con tanto di scream, voce pulita e il caratteristico flauto dolce, qui talmente delicato e vibrante da sembrare sempre sul punto di spezzarsi. Un'addizione anche questa eccellente, degna di essere ascoltata al pari della versione originale. Segue sul piatto principale "Where Blood Will Soon be Shed", di Magni Blandinn ok Megintiri, suonata dai Theudho, band belga poco conosciuta che presto pubblicherà un album grazie al supporto dell'etichetta Nepherex. Il livello di registrazione si abbassa leggermente rispetto alla media, ma la canzone è suonata con gran fedeltà e la band riesce a convogliare con facilità la sensazione di "suspence" che la canzone intende conferire.

La successiva, "Walkiesjar", direttamente da Heralding the Fireblade, proviene direttamente dalle mani dei tedeschi pagan/krieg Bombensturm, autori nel 2005 di Machtwerk, album uscito sotto l'ala protettiva della Perverted Taste. I bomber tedeschi hanno preso e riscritto la canzone secondo i loro canoni tirati e decisamente black/thrash, rendendola quindi tirata e violentata da uno scream brutale ma decisamente intelligibile, alternato dai classici cori epici ricalcati a puntino sulla canzone da cui traggono spunto. Il volume di registrazione un po' basso e il suono leggermente confuso non riescono comunque a intaccare più di tanto il lodevole risultato finale.
Segue "The Heralder", suonato dalla conosciuta Hildr Valkyrie, da sempre spalla telematica e amica personale di Vratyas. autrice di un demo di nome "Deceitful Fate" del 2004 e presto di un secondo demo di nome "To Walhall Shall Meet". In quanto autrice di ogni parte della cover, inclusi gli strumenti, è la prima canzone ad avere una voce femminile modellata attorno agli strumenti decisamente più dolci della controparte di Heralding the Fireblade. Gli eterei cori femminili di certo aggiungono a questa canzone, più celtica che strettamente nordica, e ben si addicono allo stile più gentile di questa musicista a 360 gradi. Segue "Homeward Shore" suonata dagli sconosciuti Armageddon Architect, responsabili di quello che loro chiamano "black metal postapocalittico". E tanto si sente in questa riedizione direttamente proveniente da Ok Nefna Tysvar Ty. La canzone è quasi incomprensibile, affogata in un tumulto senza fine di chitarre martellanti e percussioni brutalissime in perfetto old-style black metal. La prima, vera ventata di novità che tutto sommato non stona nel contesto di un album di cover, pur essendo dichiaratamente lontana dallo stile proprietario di Falkenbach. "Into the Ardent Awaited Land" ci attendono i Rache Engel, misantropica one man band tedesca con un album al proprio attivo e un altro album ai nastri di partenza. La canzone, ben conosciuta ai fans di Vratyas, è stata leggermente rimaneggiata dal punto di vista strumentale ma vanta un ottimo contributo di voci pulite del factotum Patrick, che rende il prodotto finale degno di essere ascoltato e quasi al pari della versione originale di En Their Medh Riki Fara.
Conclude, purtroppo, l'unica nota a mio giudizio stonata: la magnifica "Ultima Thule", una delle mie canzoni preferite dell'arsenale di Falkenbach, suonata dai caotici e apocalittici russi Karna. La vibrante velocità della versione originale di En Their Medh Riki Fara è stata brutalizzata da questa band che, parole loro, non ha né storia, né line-up né concerti, ma che vanta di ben nove demo/album pubblicati dal 1995 a questa parte. La splendida semi-ballata che ha nell'assolo di chitarra classica il proprio punto di forza è stata brutalizzata e resa una specie di gorgo caotico neo-black rallentato fino a diventare un continuo proseguirsi di cori femminili ai limiti dell'irritante e di parti in tastiera malati e ripetitivi. Sarebbe potuta essere una canzone vagamente interessante se non fosse vissuta nell'ombra della versione originale, davvero di un altro pianeta.


Il disco, prodotto professionalmente dalla Skaldic Art ma - come al solito quando si tratta di tributi - estremamente scarno di contenuti, manca purtroppo di un libretto e vanta una costoletta pressoché illegibile. L'artwork riesce in qualche modo a evocare gli epici scenari di Falkenbach ma mantiene quella sorta di look artigianale che lo distingue dagli album originali dell'autore. Un'ottima prova da parte di Vratyas che si è accollato tutte le responsabilità e le spese di un tale lavoro, e una piccola gemma - limitata a 500 copie - da possedere per ogni buon fan dell'eclettico autore del quale sentiremo ancora decisamente parlare.

TRACKLIST:

1 - Anakron - Baldurs Tod
2 - Folkearth - Heathenpride
3 - Theudho - Where Blood Will Soon Be Shed
4 - Bombersturm - Walkiesjar
5 - Hildr Valkyrie - The Heralder
6 - Armageddon Architect - Homeward Shore
7 - Rache Engel - Into the Ardent Awaited Land
8 - Karna - Ultima Thule

 
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