Recensione: ... And All Will Be Ashes

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Le produzioni doom, apparentemente, ai neofiti, possono apparire come quelle più semplici da mettere in pratica. Rispetto, per esempio, ai terrificanti tecnicismi del brutal death metal o alle estreme sofisticazioni del progressive, il doom stesso sembra così povero da non meritare addirittura attenzione.

Invece, proprio per la sua meditabonda natura intrinseca, esso identifica una delle tipologie metal più complesse ed elaborate. Pensate ripensate, sino allo spasmo, elucubrate fino alla perdita dei sensi, eseguite con cura maniacale per mettere a punto alla perfezione i dettagli più microscopici. I dettami che ne regolano lo stile, difatti, presuppongono armonie deliberatamente semplici e lineari, perché lo scopo primigenio non è quello di stupire con gli eccessi.

Al contrario, l'obiettivo è quello di lasciare da parte le gare a chi inserisce più BPM in un minuto col rullante - sempre per fare un esempio - , per affrontare le molteplici emozioni che affollano l'animo umano avendo in dotazione una base musicale dal corto raggio d'azione. Elementare, quindi? Alla fine è tutta fredda teoria, che non tiene conto dell'anima e del cuore. Allora, la risposta alla domanda è una sola: no. Poiché, al contrario della teoria medesima, solo un lavoro di songwriting certosino - involvente, anche, un'attenta, sofferta, minuziosa, approfondita ricerca del riff - , può sublimare un lavoro intellettuale abnorme.

Questa lunga premessa serve a introdurre gli spagnoli Dantalion che, dopo ben due anni di travaglio, hanno partorito il loro sesto album, "Shadows Doomed to Die". Perfetta icona rappresentativa della messa in musica delle più nascoste tristezze dell'inquieto, soffrente Io che si cela nei gangli più nascosti del cervello di ogni uomo. Attenta, dottrinale messa in opera dei concetti generali sul doom, espressi più sopra.

Probabilmente ai Nostri, preso atto della loro assoluta coerenza formale e sostanziale al doom, melodico, nello specifico, manca il colpo di grazia. Tutti e sette i brani del platter sono avvolti da una languida melanconia, punto fermo nel sound del combo di Vigo, pur tuttavia non c'è la canzone risolutiva, quella che connota in maniera ferma e imperitura lo stesso platter. Alla rappresentazione della chimera che, conseguentemente, assume carattere di realtà, in "Shadows Doomed to Die" si avvicina molto il disegno della title-track. La chitarra fa tanto, nel doom, e qui compie il suo dovere sino in fondo, ricamando riff visionari e lisergici ma, soprattutto, eseguendo dei soli da trapassare il cuore... lenti... trasognanti... che costringono chi ascolta a precipitare in se stesso.

Lo stile dei Dantalion ricorda a volte certo gothic metal robusto della metà degli anni novanta. Un punto a favore, poiché quel gothic si sovrapponeva in maniera eccelsa al doom classico, rinnovando quest'ultimo in direzioni di emanazioni più armoniche e meno asciutte.

Manca il colpo del ko, insomma. Ma, il resto, per una buona opera di doom, c'è tutto.

Daniele D'Adamo

 
75