Recensione: And the Battle Royale

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Keep breaking my own rules 
I do it for you 
For us both to pull through 
But I will need time to assemble my heart 
For our new start

Modern metal. O, meglio, melodeath. Un genere diramatosi qualche anno or sono dal fusto principale del death metal, di cui, alla fin fine, dei suoi fondamentali stilemi esso mantiene ben poco. Anche la stretta parentela con il gothenburg metal non deve ingannare: il melodeath è rappresentativo di una foggia ormai consolidata, nell'infinito panorama sotteso dalle armate di deathster scatenati. Cominciano anche a essere di un certo livello le migliori band che hanno deciso di abbracciare tale tipologia musicale: Solution .45, The Stranded, Rifftera, Destrage, Rise To Fall, Disarmonia Mundi e... The Unguided.

The Unguided che hanno alle spalle tre full-length, più single ed EP vari, e che hanno deciso di darsi all'epica/fantasy, perlomeno testuale, con l'ultimo arrivato “And the Battle Royale”, come facilmente percepibile osservando il magnifico disegno di copertina.

Altrettanto magnifico, maestoso il sound del platter; molto potente, tanto possente quanto lindo e pulito. I The Unguided spingono comunque piuttosto forte, anche grazie al contributo delle tastiere, sul pedale che regola il rilascio di energia. Le chitarre non si fanno certo pregare, a innalzare il caratteristico wall of sound che contraddistingue questo genere di produzioni, e su di esso disegnano ghirigori e orpelli dal gusto sopraffino. Del resto, come da definizione, la melodia occupa una parte importante, nel melodeath. Circostanza che trova massima espressione nei chorus, cantati in clean – al contrario delle strofe, affrontati in growling - , alcuni dei quali straordinari per armonia e ariosità, come per esempio quello di 'The Heartbleed Bug' o quello di 'A Link to the Past', impossibili da dimenticare a breve termine.

Le nove song di “And the Battle Royale” rispondono ovviamente, data la classe dei musicisti in gioco, ai contorni del marchio di fabbrica della band svedese. Nonostante ciò ciascuna di esse, malgrado l'intrinseca semplicità strutturale, è ben diversa dalle altre. Ecco, la linearità compositiva è forse il vero e primo punto focale che una band dedita al melodeath debba mettere in conto. I Nostri, in relazione a questo, pongono in campo una sorta di perfezione, per questo specifico aspetto. Il formato-brano è immediato, tradizionale – strofa-ponte-ritornello – e proprio per tale segno caratteristico rende le tracce accattivanti, fluide, appaganti. In sostanza, tutto il disco è godibile, non essendoci cali di tensione o riempitivi. La durata non è eccessiva, trentacinque minuti, ma è chiaro che è molto meglio concentrare forse e idee per dar vita a pezzi intensi e coinvolgenti invece che perdersi in inutili tecnicismi/virtuosismi.

The Unguided: la forza delle canzoni.

Daniele “dani66” D’Adamo

 

 
80