Recensione: And the Cannons of Destruction Have Begun

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1984.
Senza dubbio si tratta di un periodo fondamentale per il panorama epic in quanto hanno visto la luce dei veri capolavori che hanno segnato profondamente un genere così affascinante. Basti pensare, per citarne alcuni, alle due sublimi perle targate Manowar, “Hail to England” e “Sign of the Hammer”, a “King of the Dead”, che ha proclamato l'unicità di una band come i Cirith Ungol, a “Crystal Logic”, album di svolta per il sound dei Manilla Road di Shelton, al superbo “Battle Cry” degli Omen….

Tutti quanti hanno contribuito in maniera rilevante alla crescita dell'epic, ognuno con un apporto particolare e molto originale; stesso discorso vale per gli Warlord che probabilmente rappresentano la parte più nobile e magniloquente del genere. La loro discografia, escludendo singoli, raccolte e l'ultimo disco della reunion “Rising out of ashes”, si riduce tuttavia al primo Ep del 1983 “Deliver us” e all'album in questione, che tra l'altro ne ripropone quattro pezzi reinterpretati dal nuovo singer Damien King II (Rich Cunningham). Un confronto con il precedente cantante Damien King I (Jack Rucker) è difficile; probabilmente entrambi hanno fornito un contributo importante alla produzione degli Warlord: il primo con una maggiore incisività, il secondo con una forte carica passionale e piena di enfasi. Non mi sembra invece che possano sorgere dubbi di sorta alcuna sull'indescrivibile grandezza e straordinarietà di un chitarrista del calibro di William J. “Destroyer” Tsamis e di un batterista come Mark “Thunderchild” Zonder di cui avremo modo di parlare in seguito. Una nota di merito va anche al bassista “Archangel” (Dave Watry) che spesso e volentieri aggiunge un contributo molto personale ai pezzi senza ridursi a seguire in maniera scontata i fraseggi ricamati da Tsamis.

“And the Cannons of Destruction have begun” si apre con una pioggia in sottofondo accompagnata da tastiere molto leggere su cui viene recitata un'introduzione carica di pathos che ci porta direttamente al massiccio riff di “Lucifer's hammer”, una vera cult song dell'intera produzione, tantoché era già presente sul primo Ep e verrà riproposta, con Cans alla voce, su “Rising out of ashes”. La strofa, estremamente trascinante, crea un forte crescendo di emozioni che culmina nello splendido refrain “the hammer will fall on you” per poi lasciare spazio ad un assolo veramente azzeccato e coinvolgente. Il secondo pezzo del lotto è “Lost and lonely days” di impostazione decisamente più melodica e diretta rispetto alla precedente, dove si possono intravedere i Rainbow di Ronnie James Dio. Strofa e ritornello sono abbastanza orecchiabili senza compromettere affatto la carica di epicità che pervade tutta la song e che culmina in un assolo che sicuramente farà presa sull'ascoltatore. Il successivo pezzo “Black mass”, ripreso dall'Ep precedente ma tagliato dell'introduzione parlata, è caratterizzato, come si può intuire dal titolo, da forti tinte oscure e da un tetro riff lento e cadenzato, di Sabbathiana memoria, assai ruvido e dannatamente heavy. La parte centrale strumentale è piuttosto lunga e tortuosa, ma sorprendentemente funzionale alle atmosfere che si vogliono ricreare. Sono poi le tastiere, con un tocco sempre leggero e raffinato, mai invadente, ad aprire la quarta canzone “Soliloquy” densa di malinconia e drammaticità, ma anche di estrema eleganza e classe. Le parti di chitarra e di voce sono molto sentite e particolarmente toccanti, a tratti commoventi (“alone again! I'm alone again! Well that's how it will be ‘til the end”). Un' intro di batteria ci conduce poi direttamente alla quinta song, “Aliens”, caratterizzata da uno di quei riff che lasciano il segno nella mente e nel cuore di ogni amante dell'epic; articolato, vario e trascinante. La strofa e il ritornello sono delle vere perle, inutile commentare, bisogna solo ascoltare; la canzone è tutta pervasa da una forte carica emozionale ed evocativa difficilmente eguagliabile e può vantare un assolo spettacolare, fantasioso ed ammaliante che solo la mano di Tsamis poteva forgiare. Segue poi un brano strumentale, MCMLXXXIV (credo sia palese il riferimento all'anno di uscita del disco), costruito su melodie spesso cadenzate, a tratti dolci, incantatrici e per nulla scontate o banali, che riescono ad evocare atmosfere pregne di epicità. Sulle ultime note di questo pezzo si accoda la furia di “Child of the damned”, già presente sull'Ep, caratterizzata da un tappeto di doppia cassa che sorregge parti di chitarra di impostazione maideniana su cui si assesta un cantato non troppo curato, ma valido. Si può parlare di un brano precursore di quel movimento che verrà chiamato “power” e che assumerà un corposo spessore negli anni successivi grazie ad un certo Kai Hansen. Gli Hammerfall hanno riproposto “Child of the damned” nell' album “Glory To The Brave” e, anche se devo ammettere di non amare molto la versione cantata da Cans, il tentativo è comunque apprezzabile se lo scopo era di rendere la giusta gloria dovuta a questa canzone e agli Warlord in generale. Il disco si conclude con “Deliver us from Evil”, un brano leggendario che credo sia ormai diventato oggetto di culto per gli appassionati, riproposto qui in una versione mutilata del sublime arpeggio iniziale rispetto all'Ep. Probabilmente non riuscirò a parlarvi con la dovuta perizia di questo pezzo che esalta in maniera strabiliante le doti artistiche di questa gloriosa band e che penso racchiuda in sé il significato della parola EPIC. Un testo magnifico, a tratti apocalittico, parti di chitarra ricamate dalla mano di Lord Tsamis in maniera magistrale, un supporto di batteria estremamente battagliero e un cantato efficace: si può solo ascoltare per comprendere. Non posso non citare il passaggio centrale che infonde una carica impressionante:

“Prepare for the final awakening
prepare for the time it has come
look to the heavens! a crack in the sky
the ending of time has begun
and now all that you have is gone..."

Un discorso a parte meritano l'operato di Thunderchild (che volutamente non ho mai nominato durante la presentazione dell'album) e di Destroyer. Zonder dimostra ampiamente di possedere una tecnica di alto livello che sa usare in maniera sorprendentemente intelligente in tutti i brani (in particolar modo in Deliver us from evil, Aliens, Lucifer's hammer, e comunque anche negli altri brani). I suoi "tocchi" si sposano in maniera divina con le linee di chitarra quasi ad occupare il ruolo di un'altra chitarra riuscendo a dettare tempi sempre molto vari e particolarmente adatti alle atmosfere che si vogliono creare.

Per quanto riguarda Tsamis qualsiasi commento credo sia superfluo, ogni riff, melodia e assolo che forgia sono delle autentiche gemme di epic metal caratterizzate da connotati magici e cavallereschi. La sua capacità compositiva è senza dubbio sopraffina, sempre molto originale e fantasiosa. Dal punto di vista prettamente tecnico non fa sfoggio di eccessivi virtuosismi che comunque non si addicono al genere, tuttavia dimostra in più di un'occasione di essere capace di esecuzioni anche a velocità piuttosto sostenuta sempre molto fluide ed armoniose.

Non so se sono riuscito a farvi comprendere a pieno la magnificenza e la grande importanza storica di un disco come questo che ha influenzato moltissime band successive, un disco davvero difficile da recensire per il suo immenso valore musicale non solo in ambito epic, ma in tutto il panorama metal. Si tratta di un acquisto obbligato per tutti i defenders di vecchia data, anche se credo siano pochi coloro che ancora non lo possiedono.

Sebbene si possano addurre alcune note di demerito quali l'esiguo numero di pezzi nuovi rispetto al precedente Ep, il cantato di Damien King II non sempre brillante, e la produzione non troppo perfetta (ma forse una produzione migliore arrecherebbe solo danno ad un disco del genere!) mi sento comunque di dare il voto massimo a “And the Cannons of Destruction have begun”.

Tracklist:

  1. Lucifer's Hammer
  2. Lost And Lonely Days
  3. Black Mass
  4. Soliloquy
  5. Aliens
  6. Child Of The Damned
  7. Deliver Us From Evil
 
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