Recensione: Angel Of Light

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Un esordio fiammeggiante, pietra miliare del metal britannico, esoterico, e rapidamente divenuto punto di riferimento per il metal mondiale, da est a ovest, da un Polo del globo all'altro. Battezzato il decennio (irripetibile) degli '80, gli Angel Witch di Kevin Heybourne devono trovare il modo di sopravvivere ad un disco più grande di loro e firmare un secondo capitolo. Nel 1985 arriva "Screamin' n' Bleedin'" (già uno iato così importante di 5 anni segnala la spigolosità dell'impresa), che sta a "Angel Witch" come 2010 - L'Anno del Contatto (P. Hyams) sta a 2001 - Odiessa nello Spazio (S. Kubrick), ovvero un film splendido enormemente ridimensionato dal paragone insostenibile con un capolavoro assoluto. Vale lo stesso per "Screamin' n' Bleedin'", un ottimo album che tuttavia non può competere in alcun modo con la magnificenza che lo ha preceduto. Niente ce l'avrebbe fatta, qualsiasi seguito avessero dato alle stampe gli Angel Witch sarebbe andata così. Quindi nell'86 è la volta di "Frontal Assault", un platter a mio parere vistosamente inferiore anche rispetto a "Screamin' n' Bleedin'", valido e dignitoso ma non l'episodio più brillante della band londinese; tuttavia va messo agli atti che conta un suo zoccolo duro di estimatori.


Ha quindi inizio un periodo di smarrimento dei britannici, incerti sul da farsi; Heybourne è l'unico detentore del Verbo e cerca di rimanere a galla come può. Dapprima - in piena esplosione thrash - il sound degli Angel Witch prova a darsi una patina à la page con il live del 1990, un esperimento forse non proprio all'insegna della spontaneità ma che, per quanto mi riguarda, ha avuto un fascino affatto trascurabile. Il songwriting del debutto rivisto in chiave più chiassosa ed aggressiva riusciva a suo modo a mantenere una sorprendente patina di malevolenza e minaccia. Seguono release di testimonianza e sopravvivenza come compilation, album revisited, split, demo e ancora live, fino alla definitiva resurrezione del 2012 con "As Above, So Below", un disco che raccoglie immediatamente consensi per la sua evidente liaison con il mood oscuro e primigenio degli Angel Witch.


"Angel Of Light" riparte da lì, non spezza neppure per un secondo il cordone ombelicale con il primo lustro degli anni '80 e si mette diligentemente in carreggiata di quanto di meglio fatto dalla band nel suo periodo migliore. Coerentemente, l'impressione che ne ho ricavato è simile a quella che mi suscitò a suo tempo l'ascolto di "As Above, So Below", ovvero un buon album, forse fin troppo aggrappato con le unghie e gli artigli (da strega) ai solchi di "Angel Witch", attento con il bilancino di precisione a non sgarrare neppure di una nota rispetto ai binari prefissi ("The Night Is Calling" però proviene per davvero dal secolo scorso e per l'occasione viene adeguata e proposta ufficialmente per la prima volta tra i solchi di uno studio album del gruppo). La musica di "Angel Of Light" è filologica anche se la avverto come non del tutto autentica, l''operazione mi pare meditata e ampiamente razionalizzata, il che non significa che non possa ugualmente raggiungere un traguardo apprezzabile. Ed infatti è così, alcune tracce dell'album sono davvero egregie e riportano l'ascoltatore diritto negli studi della Bronze Records nel dicembre del 1980, quando uno dei migliori album di sempre dell'heavy metal veniva svelato alle masse. Mi riferisco perlomeno a "Don't Turn Your Back", "Death From Andromeda", "Condemned" e la title track. Non credo sia un caso che tre di queste quattro siano state scelte come pezzi anticipatori dell'album e fatte circolare in rete a tempo debito, certamente il miglior biglietto da visita che "Angel Of Light" potesse avere. Personalmente reputo adorabile anche il videoclip promozionale di "Death From Andromeda" (retto da quello che probabilmente è il miglior riff di tutto l'album), che visivamente ha in sé i trademark tipici del sangue britannico, ironia e cattivo gusto estetico, un vero gioiellino per chi è cresciuto con Albione nel cuore!


L'altra metà della track-list è composta da canzoni di indubbia atmosfera, mai mediocri o modeste, ma che tuttavia sono un gradino al di sotto del poker su menzionato. Qua e là si sarebbe potuto lavorare meglio sulla durata dei pezzi, sfoltendo e snellendo con più convinzione e lucidità; a mio giudizio Heybourne la tira un po' per le lunghe in alcuni frangenti, appesantendo la resa finale che altrimenti sarebbe potuta essere ancora più incisiva senza necessariamente rimetterci in suggestioni arcane e metafisiche, ampiamente disseminate lungo tutto il platter. Di quel meraviglioso periodo ossianico che vide combattersi a colpi di incantesimi e sortilegi band come Angel Witch, Witchfynde, Witchfinder General, Pagan Altar, e appresso a loro Runestaff, Ethel The Frog, Cloven Hoof, Demon (e i Diamond Head di "Canterbury") non rimane granché, il tempo ha seppellito con granelli di sabbia quelle eco primitive, divenute patrimonio solo di seguaci fedeli ed instancabili, e di indagatori dell'occulto. Che gli Angel Witch siano ancora attorno al calderone, sotto l'egida del Baphomet, a rimestolare la loro ricetta magica, è rinfrancante, difficile essere sazi di quella pozione così potente e visionaria. Heybourne è il gran cerimoniere, l'officiante tetragono; oggi si circonda di musicisti al cui blasone è preferibile la concretezza di saper ripetere on stage e in studio il sacro rituale che da quasi un quarantennio mesmerizza il pubblico. Che il sabba abbia (ancora e ancora...) inizio.


Marco Tripodi

 
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