Recensione: Angelcunts And Devilcocks

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«…E adesso un po’ di f*ga!». Ricordate la parodia del famigerato programma televisivo nel quale un dj ‘parlante’ manda degli inviati a scoprire le abitudini più bizzarre dei giovani e per mascherare la pochezza di contenuti (del programma originale) si faceva ricorso a tale espediente? Ecco, anche i blackster olandesi Heretic – da non confondersi assolutamente con il fondamentale combo statunitense nel quale militava Mike Howe – sembrano aver adottato questa strategia (vedere la copertina non censurata per credere) per distogliere l’attenzione da un prodotto fondamentalmente inutile.

Non basta, infatti, suonare gli strumenti alla ‘ca**o-di-cane’, tanto per continuare il parallelo con la parodia cui alludevo (parafrasando un’altra usuale esclamazione), per giocare a fare i cattivi senza prendersi sul serio e, ancora, riempire il booklet di disegni pornografici, per riuscire a risultare simpatici puntando sull’irriverenza. Anche perché i Venom lo facevano ormai trent’anni orsono e, pur sapendo suonare perfino peggio degli Heretic, erano in grado di comporre materiale di tutt’altro spessore. Pure band come i Witchfinder General al tempo farcivano le loro copertine di immagini di scene orgiastiche senza mai cadere nel banalmente volgare, anzi, andavano a segno proprio laddove il gruppo di Best fallisce miseramente.

Dal punto di vista musicale proprio a certi gruppi della N.W.O.B.H.M. sembrano fare il verso, Venom in primis, miscelando black, punk (evidenti i richiami a gruppi horror/punk e rockabilly come i Misfits, anche solo per quella sorta di “devilock” sfoggiato dal bassista Tony Hellfire) ed heavy, purtroppo, con una superficialità agghiacciante. E ancora più imbarazzante è il fatto che siano giunti al quarto (!) album da studio potendo persino contare sull’appoggio di un’etichetta discografica quando là fuori ci sono gruppi ben più meritevoli costretti a risparmiare per mettere i soldi da parte per realizzare un’autoproduzione… Sia chiaro, non vorrei passare per il bacchettone di turno, non dico che in certi ambiti di festa non siano in grado di regalare una mezz’ora d’intrattenimento tutto sommato divertente (e niente di più), ma dovendo analizzare un album del genere il giudizio cambia drasticamente.

Inutile perciò perdere tempo a soffermarci sulle singole tracce, sebbene non siano tutte da cestinare in blocco. Il problema è che anche (e soprattutto) dopo ripetuti ascolti la sensazione di essere presi in giro è forte, specie se malauguratamente si è speso dei soldi per acquistare questo “Angelcunts And Devilcocks”. Il fatto è che se avessero messo lo stesso ‘impegno’ e dovizia per i particolari che Sketch Lanza ha dedicato per creare tutte le varie immagini dell’abbondante booklet (al di là di ogni altra considerazione), la sufficienza sarebbero riusciti anche a strapparla. Invece ci troviamo di fronte ad una release che finirà presto a prendere polvere su qualche scaffale o rivenduto online a qualche sprovveduto, magari attirato proprio da certe spudorate 'argomentazioni', giusto per provare a riprendere parte dei soldi spesi.

Da dimenticare.

Orso “Orso80” Comellini

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