Recensione: Animal Instinct

Di Mauro Gelsomini - 3 Settembre 2008 - 0:00
Animal Instinct
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Anno: 2008
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87

Nessuno (o quasi) cita i Tygers Of Pan Tang, dovendo nominare gli act più rappresentativi della NWOBHM. Probabilmente perché il loro periodo di gloria durò quel poco che bastò per non farli ricordare come una cometa, ma abbastanza a lungo per elevarli allo status di cult-band per il genere in questione, anche impropriamente, visti i successi ottenuti nelle classifiche più importanti nel trienno d’oro 1980-1982.

Questo come back deve essere motivo di vanto per il nostro paese perché il nuovo vocalist della band è il fiorentino Jacopo Meille, già cantante dei Mantra, ed anche grazie a lui ha potuto avere luogo il recente tour che ha visto i Tygers calcare i palchi italiani per la prima volta nella loro carriera, e in ben quattro date, tra cui il nostro True Metal Fest of NWOBHM.

Le performance dal vivo hanno dimostrato che la band è viva, spumeggiante, e anche questo “Animal Instinct” ribadisce che lo spirito degli anni ottanta è più che mai presente nelle note dei Tygers Of Pan Tang del 2008: rifferama portentosi, a sostegno di brani granitici e tiratissimi, refrain sempre anthemici e mai, dico mai, un calo di tensione… In sintesi è questa l’impressione del primo ascolto, un macigno heavy che non disdegna – e come potrebbe – le aperture melodiche e cantabili che la tradizione impone.
Il track by track è praticamente inutile, si ridurrebbe alla “lista della spesa”, per omogeneità sia qualitativa che stilistica. Nel complesso di brani che fondamentalmente sono degli up-tempo hard rock si distaccano un poco la decelerazione di “Live For a Day” e le attenuazioni melodiche di “Devils Find A Floor”. Resta inspiegabile il bruttissimo finale sfumato di una song tirata, “Bury The Hatchet”, per il resto assolutamente eccezionale.

Le altre note di merito vanno in primis a Jacopo, che con la sua (ennesima, aggiungerei) ottima performance si ritaglia un posto tra “quelli che ce l’hanno fatta”, ovvero i cantanti italiani che sono riusciti a farsi apprezzare oltremanica e oltreoceano dagli esigenti madrelingua inglesi. Da applausi anche la prestazione di Dean Robertson alla chitarra: era da tempo che non ascoltavo un disco con assoli di tale quantità e qualità.

In definitiva, se li avevate persi o abbandonati durante le loro sperimentazioni moderniste di Noises From The Cat House, o se semplicemente avete nostalgia di sana NWOBHM, qui avete il meglio che oggi possa offrire la piazza.

Tracklist:

  1. Rock Candy
  2. Cry Sweet Freedom
  3. Live For The Day
  4. Let It Burn
  5. If You See Kay
  6. Hot Blooded
  7. Devils Find A Fool
  8. Winners & Losers
  9. Cruisin’
  10. Bury The Hatchet
  11. Dark Rider

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