Recensione: Anthem Of The Peaceful Army

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Nell’anno di grazia 2018, possiamo tranquillamente affermare che in ambito hard rock quello che tira di più sono le reunion di nomi più o meno blasonati del secolo scorso oppure di nuove formazioni dedite al famigerato retro rock. Il nome sulla bocca di tutti in questi giorni e’quello del combo del Michigan Greta Van Fleet, una band che praticamente fa il verso ai Led Zeppelin, a partire dalla voce altissima in falsetto del cantante Joshua Kiszka, coadiuvato dal fratello alla chitarra Jacob.

Dopo aver pubblicato un paio di EP coperti dall’ingombrante ombra del dirigibile inglese, ecco che la band pubblica l’atteso debutto Anthem of the Peaceful Army, composto da undici brani di hard rock polveroso e dannatamente anni Settanta. Prima di immergersi nell’analisi dettagliata dell’album bisogna fare una semplice, ma doverosa constatazione. Le critiche di essere dei cloni di serie zeta dei Led Zeppelin piovute addosso a questi ragazzi negli ultimi mesi sono ingiustificate, perchè sono le stesse che vennero fatte trent’anni fa ad un’altra band che faceva il verso a Plant e Page: i Kingdom Come, adesso venerati come una band cult (anche se all’epoca fallirono il loro tentativo di sfondare). Quindi il mio suggerimento ai vari detrattori è quello di togliersi i paraocchi e provare ad ascoltare senza pregiudizi questo primo disco, che detto per inciso promette bene. Certo se fossi il cantante dei Greta Van Fleet eviterei dichiarazioni provocatorie del tipo “il mio gruppo preferito sono gli Aerosmith” (altra similarità con la band di Lenny Wolf che a suo tempo disse in un’intervista di non aver mai ascoltato i Led Zep), dal momento che non portano bene per il futuro.

Fatta questa lunga, ma doverosa premessa, addentriamoci nei solchi di questo album. Il primo brano Age of Man spiazza un po’, dal momento che ci si aspetta un brano zeppeliniano ed invece con un po' di stupore il pezzo sembra uscito da uno dei primi dischi dei Rush (quelli piu hard rock) e anche la voce, piu’ che quella di Plant ricorda il falsetto stridulo di Geddy Lee. Il secondo brano è più vivace e ci riconduce subito alle sonorità della leggendaria band inglese, difatti The Cold Wind con i suoi repentini cambi di tempo ed armonizzazioni sembra uscire dalle sessions di Houses of the Holy, con quel retro gusto prog che caratterizzava il quinto album dei Led Zep. A dire il vero, un po’ tutto il disco ricorda le atmosfere quasi prog di Houses ed anche la successiva diretta When The Curtain Falls ha un riff che si pone a metà strada tra The Ocean e The Song Remains The Same con la voce di Joshua così alta da mettere a repentaglio la vostra collezione buona di bicchieri di cristallo.

Bisogna dire che i Greta Van Fleet hanno una maturità stilistica notevole, che anche se si abbevera a piene mani dai primi anni Settanta, è comunque incredibile per una band così giovane. Anche nelle ballad acustiche You’re the One e The New Day, pur guardando sempre a Plant e soci mostrano un’innata voglia di staccarsi da tale ingombrante fardello. Forse negli ultimi brani del disco si nota che la band perde qualche colpo, mostrando il fianco (anche se Anthem è molto coinvolgente nel suo mood nostalgico), ma rimane il fatto che questo debutto, pur non reinventando nulla ed anzi, rifacendosi palesemente ai vecchi miti dell’hard rock, risulta interessante e paradossalmente fresco.

In conclusione, sembra che se mille band ogni singolo giorno copiano i riff e le melodie vocali dei Black Sabbath, va bene e nessuno protesta, ma se qualcun altro si azzarda a toccare i Led Zeppelin allora ecco che si scatena il finimondo. I Greta Van Fleet sono ad un bivio nella loro giovane carriera: o imboccare la strada dei Kingdom Come e dissolversi nel vento del semi anonimato o fare ciò che hanno fatto i Rush, cioè partire dall’essere una band clone del dirigibile inglese, per poi tramutarsi in un mostro tentacolare che sputa riff prog e diventare quindi un mito assoluto per tutti i cultori della buona musica.

Intanto una cosa è certa Anthem of the Peaceful Army e’ uno dei migliori debutti del 2018… o del 1972.

 

 
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