Recensione: Anticult

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Chiamatele evoluzioni, chiamatele involuzioni, chiamatele un po’ come volete; uno degli stilemi non scritti del metal è appunto il non vedere quasi mai con buon occhio questo tipo di cose in praticamente tutte le modalità e sottogeneri. Una delle vittime illustri di questo modus operandi sono senza ombra di dubbio i Decapitated che, dal capolavoro che porta il nome di Organic Hallucinosis, lasciavano già intravedere l’inizio di un percorso che si sarebbe di fatto allontanato dal death metal degli esordi in favore di una proposta più moderna e “scremata”. Venduti? Non venduti? Carenza di idee? Ai posteri l’ardua sentenza, fatto sta che Anticult, nel momento in cui non sei nemmeno pronto a scommetterci un cent, arriva e trova la quadratura del cerchio rivelandosi un gran bel disco. Nel caso cercaste richiami al passato più remoto della band rimarreste ovviamente delusi: questa è la fiera del moderno e un sunto di come si possa suonare (bene) musica estrema nel 2017 senza essere per forza prigionieri del proprio trascorso.

Anticult è un disco apparentemente semplice nelle strutture quanto nei riff, dura quaranta minuti scarsi ed è un pugno in faccia che non lascia respiro per praticamente tutto il suo minutaggio. Non ci sono brani lenti nella tracklist e la scelta paga creando un monolite e rispettando perfettamente le parole di Vogg, che parlava appunto del fatto che la gente non sarebbe stata costretta ad aspettare più di tanto per il riff successivo. La costruzione dei brani è serratissima ed è uno dei più grandi pregi dell’album: in questi tempi dove la semplicità è quasi un insulto, Vogg ce la sbatte in faccia e ne combina di tutti i colori. Impulse parte con un illusorio arpeggio per poi assalire l’ascoltatore come una scheggia impazzita e un alternarsi tra blast beat e ritmiche thrash in grado di fulminare tutto ciò che incontra; la voce di Rafal vomita parole a tutto spiano e risulta perfetta per la proposta attuale dei Decapitated, con il giusto piglio hardcore ma nemmeno troppo growl da potersi considerare death a tutti gli effetti. Spuntano spesso in lontananza seconde chitarre ambient che rimandano ai Fallujah o ai ben più famosi Meshuggah e che, su una base prettamente estrema e veloce, riempiono e danno un ottimo valore aggiunto. Deathvalutation inizia quasi in sordina per poi esplodere in un riff in 2/4 micidiale che alza ulteriormente il tiro dell’album senza dare scampo; il brano è una scheggia impazzita che dal vivo mieterà parecchie vittime, la band si diverte e Vogg è il vero mattatore e regista di tutto ciò. La ripartenza sull’assolo è tamarrissima quanto efficace e il riff successivo vi serve anche la tecnica, cosa chiedere di più? Non c’è nemmeno tempo per pensarci che il tappeto in doppia cassa di Kill The Cult prima vi prende per il collo e poi va anche nell’orto a centrifugarvi l’insalata; vi è qui un piccolo effetto e una piccola variazione nella voce durante la strofa, il ritornello lo assimilerete praticamente al primo ascolto e il ponte è veramente pazzesco. Finale pregno di groove che sa quasi di crossover di altri tempi e un altro grande brano è servito.

Non è per niente finita qua, anzi, c’è anche il tempo per un vero e proprio capolavoro che risponde al nome di One Eyed Nation, miglior brano dell’album e forse anche il miglior brano scritto dai Decapitaded da Organic Hallucinosis (escluso) in poi. Il riff portante ricorda quello di Bleed dei Meshuggah ma qui la sezione ritmica è in battere e le aperture sui blast beat alternate agli stoppati sono pura goduria e un vero e proprio massacro. La canzone ha una potenza inaudita, c’è persino spazio per un breve stacco di pianoforte ed è servita una parte atmosferica e alienante prima della ripartenza e del tripudio finale. Anger Line alterna con nochalance blast beat e 2/4 ed è un brano urgente e incazzato, che presenta l’ennesimo stacco magistrale e un ponte stre-pi-to-so: riff bislacco e claudicante su un blast beat e una chitarra solista che sembra un Thordendal meno elaborato ma non meno efficace. Finale ovviamente a gamba tesa e già Earth Scar rincomincia a pestare. Questa volta la strofa si fonda su stoppati aggressivi e brevi incisi in semi-clean che rimandano ai Darkane; altro assolo molto ben fatto e il finale rimanda al songwriting di un certo Heartwork, null’altro da aggiungere. Never molto probabilmente la conoscerete già, essendo stata la prima canzone ad essere scelta come singolo apripista per l’album; non è il brano che rappresenta al meglio Anticult, a nostro parere, ma di certo ne mantiene la furia esplosiva e ne rappresenta gli intenti coi soliti modi garbati. Dai 2/4 al ponte centrale che rallenta un minimo le ostilità, la composizione si rivela comunque solida e una degnissima conclusione della trackilst, soprattutto in funzione della totale inutilità dell’ottava traccia, Amen. Qui parliamo di un intermezzo strumentale per il 95% che non ha né capo né coda e non trova nemmeno un senso collocato a questo punto; un ottavo brano vero e proprio sarebbe stata una scelta migliore oppure, in alternativa, sarebbe andata benissimo anche una tracklist da 7 brani. Dettagli comunque, anche perché alla fine della fiera Antucult di rivedibile ha praticamente solo questo e una copertina che è oggettivamente brutta. Due parole sulla produzione, che finalmente rende piena giustizia ai Decapitated con dei suoni allucinanti e la scelta di non usare trigger sulla batteria paga eccome, provare per credere. Si può solo appuntare un basso un po’ sacrificato in fase di mixaggio; per il resto però ci siamo.

Tempo di tirare le somme quindi, cosa rimane da dire? Il disco a noi è piaciuto, tanto anche. Continua a girare nel lettore dopo un mese di ascolti intensi e non ha ancora stufato, di questi tempi superveloci è tanta roba. Vogg e soci trovano finalmente la strada giusta e raggiungono perfettamente l’obiettivo che si erano prefissati; come detto, la chiave di lettura qui è la semplicità, che al giorno d’oggi è un valore che stiamo clamorosamente sottovalutando o, ancora peggio, scambiando per mancanza di idee. Anticult è un disco sincero, furioso e che si assapora tutto d’un fiato; la tracklist, tranne Amen, non ha punti morti né cedimenti ma va intesa come un blocco unico e un’opera che risulta a tratti basilare e accademica solo in apparenza. E’ un disco in realtà zeppo di finezze in fase di arrangiamento e zeppo di influenze, nel quale ogni componente della band suona per il pezzo ed è al servizio del pezzo; è un disco dove nessun musicista sfoga il suo ego ma tutti vanno comunemente verso un obiettivo, che questa volta può essere motivo di grande soddisfazione sia per chi suona quanto per chi ascolta.  Poi, se volessimo essere criticoni e minimizzare il tutto tornando al discorso delle prime righe, si potrebbe però cambiare la prospettiva: se fosse uscito un altro Winds Of Creation? Con buona probabilità non sarebbe comunque piaciuto perché paraculo, ruffiano, troppo ancorato a 17 anni fa e bla bla bla…

Ciò che rimane è che Anticult spacca il cult! Bentornati.

 
80