Recensione: Apocalyptic Sense

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Tempo di ritorni sulle scene anche per gli italo-sloveno-croati Minotauro, che con questo “Apocalyptic Sense” donano un successore all’esordio “Master of the Sea”. Per un attimo, vedendo la (peraltro molto bella) copertina, mi ero aspettato un epic metal solenne, funereo e scandito, e invece salta fuori che i Minotauro si dedicano a un heavy venato di power che si diverte ad alternare sonore martellate di chitarra, quadratissime nella loro attitudine old school, a melodie maestose ed arrangiamenti più tastierosi e sinfonici garantiti dalla loro collaborazione con la croata Istriaphonic Orchestra. Il risultato è un power nerboruto, epicheggiante e coatto, strumentalmente solidissimo e che guarda con insistenza, dato il mix proposto, alla scena mitteleuropea: largo quindi a riff granitici e melodie poderose, dispensati a piene mani sopra un tappeto sinfonico bene in evidenza ma mai esagerato e una sezione ritmica martellante e cafona decisamente padrona della scena. Fin qui nulla da aggiungere, i nostri il loro lo sanno fare e lo fanno più che dignitosamente; i problemi iniziano, almeno a mio modestissimo avviso, quando entra in gioco la voce che, seppur bella, è così influenzata nell’impostazione da sua maestà Bruce Dickinson da essere, in alcuni punti, ai limiti del caricaturale. Questa adorazione per la voce della Vergine di Ferro e il suo modo di cantare si fanno sentire, seppur con diverse densità, praticamente in ogni traccia, e se in alcuni casi il tutto funziona anche abbastanza bene, in altri non può passare inosservato e mi ha fatto inarcare più volte il proverbiale sopracciglio.

L’intro maestosa di “Landless Soldier” apre a melodie ben più muscolari e maschie, sorrette da un rifferama d’impatto e una batteria arrogante che si portano a casa il risultato praticamente da sole e con la voce che, dopo un inizio un po’ così, si mantiene su buoni livelli, coadiuvata ottimamente dai cori piazzati dove servono. Il riff di “Fields of Syphobia”, invece, introduce una canzone piuttosto sottotono, in cui una strofa artatamente stradaiola viene interrotta da melodie più magniloquenti durante il ritornello, risollevandosi nella sezione centrale con soluzioni più dilatate ma senza mai spiccare davvero il volo, mentre con la successiva “Seven” i nostri raggiungono la quadratura del cerchio dosando sapientemente aggressività, melodia e testosterone. Nonostante qualche sbavatura qua e là (ad esempio nel rallentamento centrale che mi ha fatto storcere un po’ il naso) la traccia si mantiene carica per tutta la sua durata, beneficiando dei fuggevoli ma appetitosi inserti di organo Hammond nel suo tessuto musicale, e si candida al ruolo di traccia più riuscita di “Apocalyptic Sense”, almeno per ora. La tracotanza stradaiola sembra comandare anche la seguente “All Seeing Eye”, caratterizzata da un andamento scandito, riff compatti, batteria secca e sporadici svolazzi di tastiera: ogni tanto si assiste perfino a un certo inasprimento della voce, che si allontana di poco dal canone Dickinsoniano che il gruppo sembra essersi autoimposto. Il risultato non è niente male, robusto e coatto ma senza cedere all’eccessiva faciloneria musicale, e dotato infine di un paio di bei guizzi.
Un’apertura poderosa e magniloquente introduce “Brain Digger”, che si sviluppa poi in modo più canonico sotto le vesti di mid tempo agguerrito, pressato stretto dal comparto sinfonico e da melodie semplici e caciarone che, però, si aggrappano stabilmente alla memoria dell’ascoltatore entrandole in testa pian piano: sono tre giorni che mi sveglio canticchiando il ritornello, giusto per dare l’idea. E si arriva alla title-track, che incede altezzosa con l’apporto orchestrale bene in mostra sorretto da chitarre acide: anche qui ci si mantiene su tempi perlopiù agili, seppur di tanto in tanto si avvertano sporadici irrobustimenti sonori; la melodia si fa incalzante durante il ponte, pompando il tasso enfatico del brano e confezionando una traccia quadrata che, seppur priva della cosiddetta zampata decisiva si lascia ascoltare senza problemi, instillando il giusto fomento battagliero. “The Son of the Witch” sembra iniziare con una melodia distesa e quasi intima, subito sostituita da un riff bello coatto che, doppiato dalle orchestrazioni, carica la traccia di maestosa aggressività saltellando tra potenza e trionfalismo, mentre con “Graveyard Symphony” (che, vi dico subito, nulla ha a che vedere con questa) si inserisce qualche spruzzata di oscura solennità organistica nell’amalgama finora ascoltato, senza perdere nulla dell’immediatezza tipicamente heavy-power dei nostri che, infatti, resta padrona di casa. Chiude l’album “Easy Livin’”, stradaiola e caciarona, che punta tutto su un incedere piacione da hard & heavy vecchia scuola nobilitato, però, almeno in parte dall’intervento sinfonico. Carino anche il duello di assoli tra tastiere e chitarre che chiude l’album senza tirarla troppo per le lunghe.

In definitiva, questo “Apocalyptic Sense” è un album ben eseguito che sicuramente piacerà agli aficionados di certo heavy power, ma proprio non posso non far notare come, se i nostri avessero dimostrato un po’ più di coraggio e personalità dal punto di vista vocale discostandosi dal loro, diciamo così, totem canoro, il risultato finale sarebbe potuto essere a mio avviso di molto superiore. Il tempo per migliorare c'è tutto, staremo a vedere!

 
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