Recensione: Apocalyptic Wasteland Blues

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La scelta di imbarcarsi in un viaggio alla scoperta dei norvegesi Agenda viene soprattutto dal curioso genere che viene loro attribuito nella bio presentata dalla loro etichetta, la Viral propaganda: tale genere è definito come "Black core". Ora, qualsivoglia amante del black spurio, a vedere black core, magari memore di altri strani derivati (abbiamo visto il black jazz, siamo pronti a tutto), un po' si incuriosisce.

Che sarà mai sto Black core? Difficile dirlo, perché di black in questo "Apocalyptic Wasteland Blues" (così si chiama il disco), se ne vede pochino ed è quasi tutto confinato alla sezione vocale. Solo growl, niente clean, alla faccia del 'core'. Quella strumentale, per contro, presenta il tupa tupa tipico del core, ma per il resto pare essere un punk degenrato e furibondo (tipo crust) con qualche arpeggio 'comprensibile' qua e là.

Ne esce un disco che è un'autentica mattonella; non nel senso che gli Agenda vogliono fare i duri e non ci riescono e finiscono per risultare noiosi, ma proprio perché "Apocalyptic Wasteland Blues" è violentissimo. Un autentico tsunami di violenza sonora, per una durata assai contenuta – appena 31 minuti. Possiamo vedere tale durata come una riprova del fatto che il sound, nella scala evolutiva che va dal punk al black, rimane comunque più vicino al primo. 31 minuti per dieci episodi, ma di un'intensità impressionante, che non da respiro se non in un paio di episodi – i primi secondi dell'album e un leggero rallentamento di ritmi in un paio di tracce, 'Life left behind', 'Road to Hell' e la conclusiva 'Burn the Light'.

Per il resto abbiamo pura fura apocalittica e un sound compattissimo che grazie al minutaggio breve sopperisce al leggero inconveniente delle tracce che si somigliano un po' tutte. Tra queste, oltre ai due pezzi lenti (me la si passi), spiccano 'Save your Praise' e soprattutto 'Do or die' grazie alle sue – timidissime – aperture a un riff con un che di melodico.

Insomma, gli Agenda tirano su un immane muro sonoro e ne traggono una gran bella prova, uno di quei dischi a cui non si è ben abituati – né nel core né nel metal – e magari di primo acchito non lo si metabolizza bene. Ciò nonostante fa simpatia, è uno di quei dischi che si risentono a fine anno per capire se sia degno di top ten oppure no, e dunque lascia ottime speranze per il futuro dei norvegesi.

 
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