Recensione: Argus

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Nel 1971 i Wishbone Ash debuttarono nel mercato discografico con una formazione atipica per l'epoca. Infatti a parte il movimento "Southern rock" capitanato dalla Allman Brothers Band che prevedeva l'uso di più chitarre, il classico gruppo rock era in genere costituito oltre che dalla canonica sezione ritmica anche da una tastiera/hammond (oltre ovviamente ad una chitarra). Il merito di questa formazione britannica era soprattutto nel sapiente equilibrio che le chitarre sapevano dare alla musica, in particolare nella costruzione delle soluzioni armoniche sia degli arpeggi che dei riff. Nei primi anni settanta i Wishbone Ash prima e i Thin Lizzy poi furono gli unici gruppi hard rock che riuscirono ad amalgamare così bene il suono delle due chitarre elettriche diventando per l'appunto un autentico marchio di originalità delle band in questione. Ma già verso il finire di questa irripetibile decade, l'astro nascente di una band emergente aggressiva a nome Judas Priest sostituì in termini di popolarità il più pacato ed intimista duo (Powell-Turner).
"Argus" rappresenta sicuramente, di tutta la trentennale carriera di questa sottovalutata band, la punta di diamante. Ogni canzone è un piccolo gioiello incastonato in un quadro musicale che richiama sensazioni bucoliche e pastorali, con influenze prese dal progressive (soprattutto si sente una certa affinità con la Barclay James Harvest), ma sicuramente la grande perizia tecnica dei due chitarristi unita al fatto che erano gli unici a suonare in quel modo, rende questo lavoro una pietra miliare dell'hard rock anni 70.
Apre le danze "Time was" una song di nove minuti, in cui si sente subito che i Wishbone Ash hanno affinato e maturato il suono rispetto ai due discreti album precedenti, prendendo soprattutto in questa canzone gli spunti progressive che dicevo prima, il fatto interessante è che questi nove minuti volano via senza neanche accorgersene, il suono dei riff di chitarra scivola piacevole ed armonico così come la voce del bass-vocalist Martin Turner è dotata di un timbro intimista, in grado di trasmettere delle suggestive emozioni all'ascoltatore. Dopo la più canonica ma non per questo meno importante "Something word" ecco che arriviamo ad un'altra perla a nome di "Blowin Free", un electric blues trascinante che richiama alla mente quel senso di libertà tanto caro ai testi dell'epoca. Ma il vero monumento sonoro non soltanto dell'album ma dell'intera discografia dei W.A. è "the king will come", con le due chitarre in evidenza a sottolineare l'incredibile affiatamento dei due musicisti, ed un affresco musicale che si fonde con la splendida copertina dell'album, forse il pezzo migliore in assoluto dei W.A.. Questa grande sintonia si ripete per "leaf and stream" ma soprattutto per "Warrior", una song leggermente più aggressiva delle altre che tanto influenzerà le coppie di chitarristi che avranno a venire.
Chiude magistralmente il disco la ballata epica "Throw down the sword", che ogni volta che l'ascolto mi lascia senza parole, tanto è la carica emotiva che percepisco da questa traccia, e non mi rimangono più altri aggettivi per sottolinearne l'eccezionale valore compositivo.
Che dire in conclusione, sembra che i Wishbone Ash abbiano concentrato la maggior parte della loro ispirazione in questo album, a mio avviso il migliore del 1972, infatti non riusciranno in seguito a ripeterne i fasti, e seppur autori di discreti lavori come "Wishbone 4", "Front pages news" e "New England", (e se non per qualche singolo episodio isolato), difficilmente saranno in grado di ripetersi su questi livelli. Una band comunque da riscoprire, soprattutto per la loro sapiente ed innovativa (per l'epoca) proposta musicale, ma chi volesse accostarsi ex novo a questo gruppo non può prescindere da ""Argus", senza dubbio il migliore della loro onorata discografia.

Line up:
Martin Turner: Bass, Vocals
Andy Powell: Guitar, Backing vocals
Ted Turner: Guitar, Backing vocals
Steven Upton: Drums
 
90