Recensione: As Time Turns to Dust

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Musica sinfonica ed Heavy Metal, due generi che, presi singolarmente, sono l’opposto uno dell’altro; come il bianco ed il nero, il buono ed il cattivo, le tasse ed il lavoro.

Eppure già negli anni ’80 ci sono stati dei geni che hanno capito che le distanze non erano poi così profonde, che esisteva più di un punto in comune tra loro: bastava trovarli, fonderli nel modo giusto e realizzare così qualcosa di unico.

Tipico esempio sono i Celtic Frost, che hanno voluto maledire ancora di più la loro musica inserendo elementi sinfonici e lirici per esaltarne il senso di malignità e terrore. Successivamente le orchestrazioni sono state fuse con la velocità dello speed, ottenendo quello che oggi si chiama power, e sono state ulteriormente raffinate mutando nuovamente il genere che ha preso il nome di progressive.

Insomma, sembra che quanto creato da Beethoven, Mozart e Chopin non sia poi così diverso dalle composizioni di Iron Maiden e Judas Priest, tanto che sono anni che gira la teoria che se questi compositori fossero vissuti in tempi più moderni avrebbero senz’altro suonato Heavy Metal.

Al di là che il Metal deriva dal blues e non dalla musica classica, sono stati molti i gruppi che mettendo insieme il tutto hanno creato veri capolavori: Epica, Nightwish, Sirenia, Sonata Artica, Rhapsody of fire e tanti altri, spingendosi al limite ed, in alcuni casi, andando anche oltre tanto che oggi non esiste una separazione netta tra questi generi.

Tra questi gruppi ci sono gli Whyzdom, band di Parigi presente sui palchi dal 2007 e con all’attivo tre full-length, ai quali ora va ad aggiungersi ‘As Time Turns to Dust’, in uscita il sei aprile di quest’anno via Scarlet Records e che fa ragionare sullo scorrere immutabile del tempo e sulla caduta del genere umano.  

WHYZDOM foto

La band è sicuramente matura ed ha le idee chiare, muovendosi sicura, nonostante alcuni cambi di formazione, all’interno di un genere non proprio semplice che può dare grandi soddisfazioni ma che, se non suonato bene, può diventare parecchio monotono.

Quello di cui si è sicuri, invece, è che ‘As Time Turns to Dust’, nonostante qualche sbavatura, è tutt’altro che monotono, mettendo in luce tutte le qualità degli artisti sia come musicisti che come compositori, esaltandone l’evoluzione.

L’album è composto da nove pezzi, non troppo lunghi (al massimo otto minuti) ma neanche brevi.

L'inizio è affidato a ‘Armour of Dust’, introdotta da orchestrazioni e cori cupi che accompagnano quella che è quasi una preghiera; poi parte il pezzo vero e proprio con la voce di Marìe Mac Leod, melodica e grintosa dove serve, che guida le parti elettriche di basso e chitarra. Il pezzo crea le giuste emozioni per voler proseguire nell’ascolto con attenzione.

La seconda traccia, ‘Armagedon’, inizia violentemente con l’orchestra abbinata a dei cori enfatici, poi si uniscono le chitarre per seguire la gran voce di Marìe, che, ancora una volta, dimostra di saper passare dal sinfonico all’epico con estrema facilità.

Fly Away’, nella sua magnificenza, risulta un po’ troppo articolata, con parti sinfoniche tetre ed angoscianti che si vanno ad unire a sezioni prima veloci, poi lente e melodiche e poi cadenzate, con la vocalist che dà dimostrazione delle sue capacità liriche in un modo, a parere di chi scrive, un po’ esagerato. Un bel pezzo, ma troppo complicato.

Segue ‘The Page’, lenta e romantica ma non priva di forza. Particolare la parte centrale con le orchestrazione ed una sezione di cori maschili, che si sostituisce alla voce femminile, prima di giungere ad un assolo enfatico e potente e ad una parte lirica che anticipa la ripresa del pezzo.

La quinta traccia è ‘Follow Your Heart’, un ottimo esempio di come il Metal possa essere accompagnato dalle orchestrazioni sinfoniche sia nei momenti potenti che in fase di velocità. Uno dei pezzi migliori dell’album.

Il disco continua con ‘Angel of Tears’, che inizia proiettandoci in un mondo antico per farci ascoltare una storia molto dolce; poi un riff porta il pezzo ad essere potente ed epico con un refrain che esce un poco fuori dagli schemi degli Whyzdom elogiandone la versatilità. Esaltante è l’introduzione orchestrale che porta ad un indurimento del pezzo fino ad una sezione sinfonica che lo riporta alla sua iniziale dolcezza.

In ‘Free As a Bird’ dominano le orchestrazioni all’interno di un pezzo veloce. Come per ‘Fly Away’ Marìe dà prova delle sue capacità di cantante lirica, ma sempre in modo troppo esagerato.

The Mistchild’ prepara la fase finale dell’opera, con orchestrazioni iniziali che danno un senso oscuro ma che, lentamente, si trasforma in speranza, poi si uniscono gli strumenti elettrici e diventa tutto molto metal ed epico. Ottima la prova della Singer, direi una delle migliori.

Si giunge, così, alla fine con ‘Dust We Are’, che inizia con un’ intonazione marziale dai toni sinfonici, quindi si passa ad un tempo cadenzato deciso e forte unito ad una fase più lirica. La parte centrale, sinfonica, è preponderante e dà il valore aggiunto al pezzo, compresa una sezione che riporta al medioevo. Un ottimo pezzo per chiudere un buon disco.

Tirando le somme, un buon lavoro, dove i suoni sono bel bilanciati senza pomposità estreme, da parte dell’orchestra, o ritmi sfrenati con assoli funambolici che portano fuori rotta. Il pezzo forte, che unisce il tutto, è la voce di Marie Mac Leod, ma anche chi l’accompagna sa il fatto suo e gli Whyzdom possono dirsi un grande gruppo.  

 
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