Recensione: ... as We Dive into the Dark

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La Sicilia si è rivelata un’ottima fucina per il metal tricolore, una regione capace di sfornare gruppi di spessore in ogni filone della musica a noi cara. Formazioni dotate di personalità e, in alcuni casi, di idee che hanno anticipato i tempi, ma che, purtroppo, sono state penalizzate da una posizione geografica che non ha permesso loro una vera e propria esplosione, limitandone il raggio d’azione all’underground. Proprio dalla Sicilia, e più precisamente da Messina, arrivano i Fangtooth, doom metal band che nel 2014, via Jolly Roger Records, ha pubblicato …as We Dive into the Dark, disco che ci troviamo a curare in queste righe e seconda prova sulla lunga distanza del quartetto siciliano.

Il moniker scelto dalla compagine di Messina è quanto mai azzeccato. Fangtooth è infatti la Anoplogaster Cornuta, abitante degli abissi, uno dei mostri marini che vivono nell’oscurità, nel gelo e nella desolazione delle profondità oceaniche. Caratteristiche che ben si sposano con la proposta della band: un classic doom fortemente influenzato dalla scena italiana degli anni Ottanta, a cui si aggiungono chiari riferimenti ai maestri Candlemass. Elementi che donano alle composizioni una certa epicità di fondo.

as We Dive into the Dark si presenta con un artwork curato, in cui spicca la suggestiva copertina, caratterizzata da Il naufragio della Minotauro, uno dei dipinti di William Turner, che ben si addice a rappresentare visivamente il disco. L'opera, infatti, trasmette quella sensazione di drammaticità, di rassegnazione a un destino a cui non si può sfuggire, concetti che stanno alla base del doom. Allo stesso tempo, però, siamo portati a pensare alla forza, un elemento che nel dipinto trova rappresentazione nell'impeto delle onde, mentre su disco si manifesta in frangenti di matrice heavy che aumentano l'impatto dell'album. Questo concetto di accomunare musica e immagine, porta l'inevitabile parallelismo con Nightfall dei leggendari Candlemass, band che, come accennato poco fa, rappresentano una delle influenze dei Fangtooth.

Entrando nel dettaglio, …as We Dive into the Dark si struttura in sette tracce dal minutaggio elevato, come da tradizione del genere, ad esclusione dell’intro e la strumentale Memories of a Forgotten Season, canzone che funge da interludio piuttosto che da vera e propria e track. Le composizioni risultano ben articolate e i Nostri, che celano le proprie identità ricorrendo a dei moniker come si usava fare qualche decennio fa, regalano una buona prestazione strumentale. Spicca il lavoro alle chitarre di Painkiller e Sfack e, quest'ultimo, si distingue anche per una buona prestazione vocale, prediligendo il lato teatrale nel tentativo di rappresentare tutte le anime e i colori presenti nelle varie composizioni. In questa seconda fatica i Fangtooth sembrano avere acquisito una maggiore sicurezza nei propri mezzi, come se avessero trovato la via da percorrere, il sentiero per poter sviluppare al meglio le proprie idee. Ecco quindi che i quattro siciliani inseriscono aperture heavy e alcuni passaggi che, vuoi per la voce nasale di Sfack, riportano alla mente i Manilla Road più lenti e oscuri, almeno per chi sta scrivendo queste righe. Una miscela efficace capace di donare dinamica al disco, a cui si vanno ad aggiungere i vocalizzi femminili che aumentano il pathos delle linee vocali. Aspetti positivi di una band in netta crescita che, però, deve ancora ultimare il proprio processo di sgrezzatura. Durante l'ascolto emerge, infatti, un'alternanza di passaggi ben riusciti e svilupatti, capaci di trasmettere emozioni forti, e altri meno ispirati, a tratti scontati, che limitano, di conseguenza, la personalità del quartetto, come se i Fangtooth non riuscissero ancora a esprimere con continuità le potenzialità di cui sono dotati.

Il platter cresce nel finale, dove i Fangtooth sembrano lasciare maggiore spazio al proprio estro, regalando composizioni in grado di entrare in contatto con il lato emotivo dell'ascoltatore. Caratteristica che incontriamo in canzoni come The Wild Hunt o in alcuni frangeti delle più lunghe e articolate Scylla (The Bitch That Lurks in the Abyss) e la conclusiva Lord of a Kingdom Dead. Tracce, quest'ultime, che rappresentano alla perfezione quanto fin qui detto, alternando, nei loro oltre dieci minuti, passaggi coinvolgenti ad altri meno incisivi.

Da questa analisi, risulta facile intuire che con …as We Dive into the Dark i Fangtooth, pur dimostrando di possedere le capacità per poter lasciare un segno del proprio passaggio, presentano ancora un limite: una sorta di timore nel dare libero sfogo al proprio estro. Rimangono, a volte, imprigionati all'interno dei canoni del genere, limitando la propria personalità e, di conseguenza, dando alla luce quei passaggi poco ispirati e scontati citati in precedenza. Se la formazione di Messina riuscirà a sciogliere le briglie dell'ispirazione, donando continuità ai picchi compositivi espressi in …as We Dive into the Dark, avrà tutte le carte in regola per diventare uno dei nomi di punta della scena doom tricolore. La via è stata tracciata, non rimane che attendere fiduciosi la prossima fatica griffata Fangtooth.

 

Marco Donè

 

 
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