Recensione: Asa

inserito da

Una copertina livida ed evocativa ci presenta il nuovo capitolo del percorso musicale targato Falkenbach, mostrando le rive d’uno specchio d’acqua immota e le cime frastagliate e verdeggianti che su questo specchio d’acqua si affacciano, prima di perdersi tra le nebbie della notte. Parimenti, una nenia tetra e solenne ci guida, fungendo da ideale incipit sonoro, nell’ultima visione musicale del mastermind Vratyas Vakyas, personaggio che tutti coloro che amano un certo modo di intendere la musica hanno imparato ad amare. Fuori dalle finestre, il cielo plumbeo di un novembre appena scivolato nei primi freddi dell’autunno minaccia pioggia: quale clima migliore per trattare un album che promette atmosfere di un certo tipo?
A due anni dal precedente “Tiurida”, il nostro amato Vratyas torna alla ribalta con un lavoro che mescola le due anime della sua creatura, danzando tra le violente sfuriate black degli esordi da una parte e solenni brani carichi di un’emozionalità quasi rituale dall’altra. Più volte (e spesso non a torto) sono stati tirati in ballo i Bathory del compianto Quorthon come paragone ideale per la musica dei Falkenbach, capace di essere sia sferzante che evocativa, e sebbene il buon Vratyas si sia più volte premunito di negare questo parallelismo durante le sue rare interviste, è innegabile che le due proposte musicali possiedano svariati punti di contatto, soprattutto a livello atmosferico.

Come accennato poc’anzi, una melodia lenta e solenne introduce la traccia d’apertura “Vaer Stjernar Vaerdan”, mid-tempo dall’afflato epico e pomposo dominato dalla voce pulita e ipnotica di Vratyas. Il brano si dipana splendidamente lungo i suoi quattro minuti e mezzo trasudando epicità e pathos, con gli strumenti che sostengono e supportano la voce senza soverchiarla ma creando un unicum di grande effetto. Con la successiva “Wulfarweijd” i ritmi si alzano e la voce si incattivisce, passando a uno screaming rabbioso e ferino che ben si adatta a una canzone in cui si sente profumo di vecchi tempi. Il breve e rilassato arpeggio nel finale serve solo a creare la giusta attesa prima di richiamare l’assalto conclusivo e passare a “Mijn Laezt Wourd”, che torna a ritmi più blandi e quasi sacrali cui si accompagna la voce di nuovo pulita di Vraytas, capace di mantenere un tono freddo ma anche profondamente espressivo. Neanche il tempo di godersi fino in fondo la pace e la serenità di questa canzone che si assiste ad un altro ribaltamento di fronte, con l’assalto all’arma bianca (anzi, nera) di “Brozen Embrace”, i cui blast beat senza soluzione di continuità sono amalgamati in una struttura che permette loro di essere brutali, gelidi ed epici al tempo stesso. La breve pausa centrale, anche qui, serve solo a preparare l’aggressione insensata che segue, la quale a sua volta allenta di poco la sua stretta per un finale sfumato in favore della successiva “Eweroun”. Quest’ultima sembra iniziare come la classica traccia acustica alla Falkenbach, con voce e chitarra acustica uniche padrone della scena: tempo una manciata di secondi ed ecco che entrano in gioco anche gli altri strumenti e trasformano il brano in una marcia trionfale in salsa folk, in cui la voce fa un passo indietro perdendo la sua solita centralità ed ogni strumento si ritaglia il suo spazio, in perfetto equilibrio. Il finale si dissolve in un morbido arpeggio che richiama quello d’apertura, salvo poi spegnersi per accendere il riff gelido di “I Nattens Stilta”, che sacrifica la velocità per mantenere un incedere maligno senza scadere nella violenza fine a sé stessa. Il rallentamento atmosferico nella seconda metà del brano prelude a una nuova, breve sfuriata, prima di tornare alla flemmatica melodia che chiude il pezzo.
Bluot Fuër Bluot” si mantiene su velocità medie ma punta di nuovo sulla solennità della voce pulita e su bucoliche melodie di flauto che di tanto in tanto serpeggiano tra gli strumenti elettrici, salvo poi incattivirsi all’improvviso e lanciarsi in un violento intermezzo sonoro prima di tornare, dopo questa breve tempesta, alla voce pulita e a melodie più folk. L’aggressività domina la traccia successiva, “Stikke Wound”, che parte lancia in resta con i soliti blast beat di scuola black salvo poi togliere il piede dall’acceleratore e dedicarsi a velocità meno sostenute: l’assolo melodico riesce addirittura a stemperare il tono sanguigno della traccia prima del finale più solenne.
Chiude quest’ottimo album “Ufirstanan Folk”, in cui Vratyas gioca con l’anima più epica e folk della sua creatura in un tripudio di voci pulite, cori eroici da pelle d’oca e sognanti passaggi di chitarra acustica, a loro volta sorretti da una batteria capace di irrobustire ed ispessire le melodie senza per questo snaturarle.

Diciamolo pure: sicuramente questo “Asa” non è il miglior album dei Falkenbach ma, pur senza raggiungere le vette di capisaldi come “…Magni Blandinn ok Megintiri…” o “Ok Nefna Tysvar Ty”, la classe e la maestria del suo creatore nel miscelare violenza, epicità e romanticismo gli consentono comunque di dire la sua, e di guardare dall’alto la maggior parte delle uscite del panorama viking attuale.
E non è cosa da poco.

Stefano Usardi

 
76