Recensione: Ascension

Di Andrea Bacigalupo - 5 Luglio 2016 - 14:00
Ascension
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I The Boat Engine Make Noise sono un gruppo connazionale, formatosi a Genova nel 2013, che suona un moderno Hardcore dai toni oscuri fuso con elementi di musica elettronica. Ne è passato di tempo dal 1983, quando gli Iron Maiden trascrissero la frase ‘No synthesizers or ulterior motives’ (Niente sintetizzatori o secondi fini) sulla copertina dell’album “Piece of Mind”, sulla scia di quanto già asserito dai Queen nel 1974 nel disco “Sheer Heart Attack”. A quell’epoca si riteneva che le tastiere ed i sintetizzatori potessero far perdere aggressività alla musica Metal, tanto che alcune band, pur usandoli, nascondevano i loro tastieristi al pubblico, come i Dio facevano con il talentuoso Claude Schnell e Ozzy Osbourne con il magistrale Don Airey. Poi, chi prima ne aborriva l’uso cominciò ad impiegare i synth per trovare nuove atmosfere. Album rappresentativi di tale svolta furono “Turbo” dei Judas Priest e “Somewhere in Time” degli Iron Maiden pubblicati nel 1986 e “Seventh Son of a Seventh Son” del 1988. Grazie a quei primi esperimenti ed al progresso travolgente dell’elettronica, oggi tastiere, synth, campionatori, drum-machine e strumenti analoghi vengono utilizzati nel Metal con ruolo di protagonismo e non solo di accompagnamento o sottofondo.

Così fanno i The Boat Engine Make Noise, il cui sound senza fronzoli, orpelli o virtuosismi è ben espresso nel loro EP d’esordio “Ascension” del 2013. Composto da cinque brani, di una durata che non supera il quarto d’ora, il mini album scuote l’ascoltatore con un attacco sonico diretto, colpendolo con una molteplicità di sfumature acustiche. Nella tracce si sente l’influenza del Death Metal odierno attraverso la potenza della chitarra ritmica e la cattiveria della voce scream, ma anche del Metalcore, i cui toni più melodici sono evidenziati dal cantato in clean. Le partiture elettroniche mantengono intatte le strutture dei brani, sia quando fondono le melodie sia quando vengono infiltrate per disintegrarne le armonie e danno al disco un giusto sapore di modernità.

Il combo non ha timore di inserire le proprie sperimentazioni sul disco, dimostrando che è dotato di un’identità ben definita e che ha le idee chiare sulla strada che vuole percorrere. “Ascension”, che dà il titolo all’EP e per la quale è stato girato anche un videoclip, è la canzone che meglio rappresenta il gruppo con un buon inizio denso d’atmosfera che introduce un’azzeccata alternanza di cambi di tempo ben strutturati, con passaggi tra strofe e refrain ben legati dalla sezione ritmica. Tutti i pezzi meritano l’ascolto, presentando un buon livello compositivo e facendo risaltare le abilità dei musicisti. Soprattutto l’ultima “No Connection”, che mostra il più alto grado di sperimentazione. La serietà con la quale gli artisti si dedicano alla loro passione è evidenziata anche dalla ricerca del particolare e dalla cura dei dettagli, non solo musicali, ma anche visivi, espressi molto bene nella cover dell’EP che raffigura l’immagine speculare di nuvoloni neri e tetri che si addensano intorno al logo che identifica la band.

Immagine scura che si raccorda con i testi, che parlano di desolazione, disperazione, depressione, sogni Infranti e non, fuga, memorie bruciate, passato e futuro, ma mai del presente, insoddisfazione e speranze, isolamento. Temi negativi, ma reali e concreti, che fin troppo spesso s’interpongono all’improvviso nelle nostre vite cambiandole a volte per sempre.

Un buon prodotto dunque, magari non originalissimo, ma ulteriore testimonianza che l’Italia non è solo il Paese delle “canzonette”, avendo musicisti che sanno andare ben oltre a dispetto di quello che esige il mercato, sapendo regalare forti emozioni portando avanti con fermezza quello in cui credono.

Andrea Bacigalupo

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