Recensione: Ashes

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Polonia, autentica fornace di talenti. E’ il disco che non ti aspetti, l’esordio degli Ashes, dal titolo omonimo tanto semplice quanto esemplificativo delle intenzioni del terzetto polacco discograficamente sorretto da una band affermatasi senza indugio e inarrestabilmente in prima linea per la causa, gli Mgla. Seppure con le dovute proporzioni in termini di contesto e valenza storica, sin dalla copertina che per il titolo stesso, è inevitabile che vi venga alla mente un certo Burzum ed ecco che i nomi chiamati in causa si fanno già più consistenti di quanto avremmo mai pensato. Mezz’oretta di musica, per quattro brani pronti a catapultare gli Ashes (in norvegese si direbbe Aske, ndr) nella fredda e tetra natura selvaggia dell’est Europa, oltrepassando ogni confine con un linguaggio fatto di black metal atmosferico veloce e melodico quanto basti per risultare assimilabile già ad un primo ascolto.

 

Ad aprire la ballata macabra tocca a Dissolve To Oblivion e ben presto veniamo avvolti dal gelido ma accogliente abbraccio di un ruvido guanto che abbandona in una decadenza in bianco e nero ogni cosa con cui viene a contatto, un prato, un pozzo, gli alberi, il mondo intero. Il costante alternarsi tra ritmi cadenzati e veloci sono il corollario di una voce tormentata e di chitarre che arpeggiano la venuta dell’oblio. Oltrepassati i primi nove minuti, gli Ashes proseguono il loro malinconico cammino con la successiva Majesty, che in questo caso sa di vendetta, di tutta la rabbia e l’angoscia trattenuta dentro un involucro che non è più in grado di vagare per queste lande desolate. A differenza di come ci si potrebbe aspettare, la frenesia della parte introduttiva del brano diviene preda di una digressione ulteriormente valorizzata da un lo-fi degno del trve black di metà anni novanta. Gli arpeggi melodici sono taglienti come la punta di una lama e a tratti puoi quasi sentire un brivido gelido che ti sale su per la schiena. Nonostante si tratti del disco d’esordio, ci troviamo di fronte a un lavoro molto maturo e se ne ha riprova con Beloved Dust, un brano che amplia ancora lo spettro compositivo dei tre polacchi, mantenendo in primo piano corde vocali sofferte e un tappeto strumentale mai scontato e perfettamente al servizio delle canzoni stesse. Dies Ultima conclude con la medesima convinzione provata sinora. Il blast beat che caratterizza gran parte del pezzo concede un maggiore richiamo a schemi più tradizionali, contribuendo peraltro a mantenere alta la concentrazione, giunti a ridosso di mezz’ora di metal bilanciato per quel che riguarda le sfumature che dispensa minuto dopo minuto.

 

In totale contrasto con il nome della band e dello stesso album, gli Ashes ci offrono trenta minuti di elevata qualità, dove abbiamo l’opportunità di apprezzare la piacevolezza di partiture ricercate e diverse dal solito, senza per questo andare a cimentarsi in situazioni borderline, ma appagando proprio dove il fan black metal più esigente stenta a trovare soddisfazione oggigiorno, finendo per guardare con rassegnazione a produzioni underground o alle solite vecchie glorie dei bei tempi andati. Le quattro canzoni funzionano a meraviglia e seppure avessi preferito almeno un quarto d’ora in più, accetto la scelta del trio, il quale ha voluto incidere soltanto quei pezzi che ritenevano pronti per essere dati in pasto a un mondo selvaggio che spesso ti riduce in “cenere”. Per gli Ashes sarà una storia differente, per loro prevedo grandi cose e per noi prevedo grande musica. Ottimo esordio, profondamente consigliato a prescindere da quale specifica preferenza BM scorra nelle vostre vene.

 
80