Recensione: Astralion

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Dalle gelide terre nordiche della Finlandia giungono gli Astralion, i quali con questo energico esordio, pubblicato per la prolifica Limb Music, precipitano nel sempre più affollato calderone di band devote al Power Metal più melodico e tradizionale.
I nostri dimostrano di aver saputo svolgere il proprio lavoro in modo impeccabile, confezionando un’opera dalla produzione limpida e sicuramente di piacevole ascolto.
Tuttavia quello proposto dal combo finnico, altro non è che il solito album Power Metal scolastico, allestito da un gruppo ben preparato tecnicamente, ma poco personale in fase di songwriting, scomoda caratteristica che potrebbe precludere l’ascolto (e l’apprezzamento) del disco ai soli puri sostenitori del genere proposto.

Fin dalle fasi iniziali del platter, la melodia e l’assoluta protagonista e caratterizza l’essenza della diretta “Mysterious &Victorious”, brano che pone subito in evidenza le ottime capacità tecniche dei singoli musicisti, i quali in ogni caso riescono ad offrire un affresco Power canonico ma complessivamente gradevole, che trova il proprio apice in un Refrain semplice ed orecchiabile.
Con la successiva “The Oracle”, il gruppo si assesta su velocità maggiormente controllate rispetto alla traccia precedente, ponendo in risalto l’ottimo operato chitarristico svolto dal bravo Hank J. Newman, il quale riesce a conferire al pezzo una drammaticità ben espressa anche nel solenne ritornello, ben interpretato dall’ugola di Ian E. Highhill.
Dopo una buona, seppur non originale partenza, purtroppo gli Astralion non riescono a mantenere le giuste coordinate di un disco che subisce una brusca battuta d’arresto con la non esaltante “At The Edge Of The World”, brano che a tratti sembra quasi scaturito da una compilation Dance degli anni ’90, risultando tedioso e fuori luogo.
La band corregge subito il tiro e con la decisa “When Death Comes Knocking”, torna con fierezza a fendere l’aria a colpi di un Power Metal serrato, assolutamente non originale, ma del tutto trionfante.
Seguendo le orme di gruppi come Manowar e Majesty, anche gli Astralion decidono di manifestare tutto il loro amore per il Metal più puro e sanguigno, presentando la orgogliosa “We All Made Metal”, contraddistinta dai corposi riff orchestrati dalla sei corde del già menzionato Newman, su cui si adagia una sezione ritmica potente e massiccia, la quale si pone alla base di un ritornello fiero e carico di pathos.
Tonalità plumbee caratterizzano l’anima della risoluta “Black Sails”, mentre un velo di teatralità scivola nelle note della struggente “To Isolde”, potente ballad crepuscolare, portata al successo dall’ottima interpretazione del vocalist e con la quale il quintetto non perde occasione di rievocare le solide atmosfere intimiste tanto care ai teutonici Gamma Ray.
Echi di Gamma Ray sono ancora percepibili nelle note della successiva e riuscita “Computerized Love”, che a sua volta precede la più ragionata “Mary (Bloody)”, la quale presenta ancora uno stile compositivo molto vicino al classico Power Metal teutonico.
Pochi minuti dopo, senza troppe sorprese, con “Five Fallen Angels”, la band non fa altro che riproporre la classica ricetta Power/Speed Metal, incastonando un episodio piacevole, ma anche estremamente prevedibile e alla lunga stancante.
Più interessante risulta invece essere la lunga “Last Man On Deck”, vincente suite dalla struttura articolata, abile nel sottolineare l’anima più teatrale (nonché “tedesca”) del gruppo, che con quest’utimo deciso colpo di coda, riesce a congedarsi a testa alta dal proprio pubblico, consegnando al mercato discografico un debutto nel complesso discreto che farà sicuramente la felicità degli ascoltatori più appassionati del genere.


Francesco Sgrò

 
70