Recensione: Astronomicon

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Secondo album per gli ungheresi Without Face, datato 2002, e giunto nelle mie mani a un paio d’anni dalla sua pubblicazione. Pur non essendo mai stato un grande amante del prog o del gothic, rimasi incuriosito dalle recensioni entusiastiche dell’epoca (nonché affascinato dalla inquietante copertina) e decisi di dare un’opportunità a questo album; oggi, dodici anni dopo, ancora ringrazio gli dèi del metallo per avermi guidato la mano in quel fausto giorno. Immaginate i Dream Theater, spruzzateli di gothic e aggiungete due voci (lei suadente e ipnotica, lui più duro, ma, diversamente dai classici stilemi del genere, non necessariamente screamer, bensì più vicino a certa musica dark del passato) che declamano testi ispirati agli scritti di Lovecraft e Poe, ed ecco che avrete un’idea di com’è questo “Astronomicon”.

L’album si apre con l’ottima “Weird Places”, introdotta dal synth dal sapore cosmico di Sasza che cede il passo alla coppia di voci, che dapprima si alternano e poi si intrecciano sostenute da una ritmica spezzata di grande effetto, opera di Pèter alla batteria ed Akos al basso. La voce maschile si mantiene pulita, a tratti metallica, indulgendo nello screaming solo in un paio di sfuggenti occasioni, per poi tornare ai toni più freddi nel finale.
“Pit and Pendulum” è introdotta dall’elegante suono del piano, che si fa via via più incalzante mentre richiama a sé il resto degli strumenti. A dispetto dell’inizio, che faceva presagire un pezzo più tirato, il brano procede su binari abbastanza rilassati, sebbene non manchi qualche accelerazione per tenere l’ascoltatore sul chi vive. Le due voci si cercano, si intrecciano, con Andràs che passa da un sussurro trattenuto a uno screaming rabbioso per poi fondersi con la voce da sirena di Juliette nello splendido (anche se forse un po’ banale) ritornello.
“… In the Garden” viene introdotta dal cinguettio degli uccellini e da una tastiera che fa molto Danny Elfman, salvo poi partire con una ritmica serrata e una chitarra graffiante. Qui è Andràs ad aprire le danze in un pezzo mediamente più tirato rispetto a quello che l’ha preceduto. Anche qui il gioco tra le voci e il loro bilanciamento diventa uno dei punti di forza dei Without Face, pur senza nulla togliere all’indiscutibile valore del resto del gruppo. Sebbene la voce di Juliette sia predominante nell’economia complessiva dell’album, si nota l’ottimo lavoro sottotraccia di Andràs. L’interludio rilassato di flauto prelude a una brusca impennata in cui esplode lo screaming, ma col ritorno in scena della collega tutto si stempera di nuovo nel perfetto equilibrio di cui si parlava poco fa e che rende questa traccia una delle mie preferite.
Il suono del violino introduce un’altra delle bombe di “Astronomicon”: “The Violin of Erich Zann”, ispirato ad un racconto di Lovecraft in cui un musicista è costretto a suonare ininterrottamente per tenere chiuso un portale che si affaccia su un’altra dimensione. La chitarra di Roomy qui si fa più aggressiva, la ritmica più serrata e i cambi di tempo rendono ottimamente l’idea della frenetica lotta di Erich contro il male soverchiante, rappresentato dal cantato maligno di Andràs nelle strofe, che, però, come sempre, torna alla voce pulita nel ritornello. Mentre la canzone sfuma nella successiva non si può non notare come lo spettro dei Dream Theater aleggi sulla traccia, soprattutto nelle (peraltro ottime) parti strumentali. Questa sensazione si avverte abbastanza chiaramente, secondo me, anche in altri momenti dell’album, ma tengo a precisare che ciò non inficia assolutamente la godibilità.
“Talamasca”, con i suoi 9 minuti e 22, è il brano più lungo dell’album e, soprattutto, quello in cui sono più evidenti gli influssi progressive del gruppo: cambi di tempo, parti più dilatate e sognanti e voci che per la prima volta in tutto l’ascolto di “Astronomicon” cedono il passo al resto del gruppo, accettando per un attimo il ruolo di comprimari e creando così un brano sfaccettato seppur molto omogeneo, di sicuro uno degli episodi più riusciti. Chiude l’album “Daimonion”, in cui Juliette duetta con un piano malinconico ma tutt’altro che stucchevole e appone il suo sigillo privato a un album ottimo sotto tutti i punti di vista, pregno di atmosfera e melodie riuscitissime.

Se proprio dovessi trovare un difetto a questo “Astronomicon” punterei il dito contro una leggera staticità nei ritornelli, che dopo un po’ di ascolti tendono ad assomigliarsi, ma la qualità dell’album è tale che si tratta solo del proverbiale pelo nell’uovo.
Davvero un ottimo lavoro.

 
80