Recensione: Asystole

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«Non tutte le ciambelle riescono col buco».

Partendo da questo popolare proverbio, si può – in sintesi estrema – giungere al giudizio finale di “Asystole”, debut-album dei finlandesi Amanita Virosa. Il quale rappresenta l’unica realizzazione discografica della band di Mikkeli, che vede la luce sette anni dopo la nascita della band medesima.

Nell’ambito del metal estremo, black e death, è da un po’ di tempo che le formazioni scandinave paiono aver perso per strada quella classe cristallina che le ha rese oltre che note, in sostanza imbattibili nella creazione di album eccelsi. Vere e proprie bibbie per il Resto del Mondo, incapace di raggiungere vette di talento compositivo e coesione strumentale così elevate.

Fatta questa premessa, non ci si può che aspettare un fallimento clamoroso, da parte dei Nostri (cfr.: solo stonato in “...Of Failing”, sic!). Il che è in parte vero, anche se un minimo di materiale da salvare c’è.

‘Forse’.

Il difetto principale messo in campo da Clamors e dalla sua accolita è in effetti assai rilevante, giacché “Asystole” è un lavoro che, ascoltandolo e ri-ascoltandolo, non si riesce a comprendere se faccia parte della famiglia del black oppure del death, entrambi melodici anzi sinfonici. Un guazzabuglio stilistico indefinitivamente inestricabile. Che non configurerebbe la gravità del difetto più su citato se l’ensemble, perlomeno, riuscisse a dar vita a uno stile proprio. Magari sganciato dall’appartenenza all’uno o all’altro dei generi sopra menzionati.

Purtroppo per loro, gli Amanita Virosa falliscono anche in questo, proponendo nove brani che potrebbero far parte di una compilation costruita con l’aiuto di nove act diversi. Un filo conduttore potrebbe al limite individuarsi nelle tastiere di Cantor Satana, sfortunatamente pure fastidiose e quindi inutili alla bisogna. Probabilmente tutto ciò si spiega con il lungo lasso di tempo intercorso dalla nascita dell’ensemble (2008), e l’uscita del disco (2015). Anni durante i quali le idee si sovrappongono, il modo di comporre più mutare, i membri possono ruotare attorno a un nucleo elementare. Che, prestando attenzione alla sequenza delle song, pare non esserci mai stato.

Allora, il ‘forse’ cui si accennato qualche riga più in alto diventa inesorabilmente un ‘no’. Davvero, a parte il dovuto rispetto per la tradizione nordica che così tanto ha portato al metal internazionale – che però non porta voto – , gli Amanita Virosa si rivelano una delusione a tutto tondo, tanto evidente quanto inaspettata.

Daniele “dani66” D’Adamo

 
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