Recensione: At Budokan

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Black, Thrash, Death, Power, Doom, Avant-Garde e poi i loro derivati Technical, Melodic, Atmospheric e chi più ne sa più ne citi. Sono oltre trentacinque anni, da quando i Venom dichiararono che la loro musica era Black Metal, che siamo abituati a distinguere l’Heavy Metal in decine di sottogeneri a seconda del sound, veloce, cupo o potente che sia, o dei contenuti, sociali, fantasiosi, pagani o blasfemi.

Ma prima dei Venom, anzi prima della NWOBHM, con la quale l’Heavy Metal si è risvegliato da un pericoloso torpore, cosa si poteva ascoltare se il proprio animo tendeva all’estremo, tralasciando il punk?

Sappiamo che prima degli Iron Maiden il martello sull’incudine lo battevano i Judas Priest, gli Accept ed i Motorhead mentre i Black Sabbath si muovevano, fin dal 1968, in ambienti sulfurei e malvagi quanto intriganti.

Andando più indietro, il primo riff dal sapore metallico pare lo abbiano tirato fuori i The Kinks nel 1964 scrivendo ‘You Really Got Me’, brano appartenente al loro primo album ‘Kinks’, coverizzato poi dai Van Halen ed inserito nel loro album d’esordio del 1978.

Nel 1968 gli Steppenwolf utilizzarono la frase ‘Heavy Metal Thunder’ nel loro mitico brano ‘Born To Be Wild’, mentre, in letteratura, lo scrittore Williams S. Burroughs introdusse il personaggio ‘Heavy Metal Kids’. Il colpo finale arrivò nel 1971 con il critico Lester Bangs, che definì ‘Heavy Metal Music’ il sound dei Blue Oyster Cult per la recensione di un loro concerto.

Era fatta: l’Hard Rock dei Deep Purple, dei Led Zeppelin, dei Cream, dei Queen e degli Who si era evoluto diventando più aggressivo e prendendo il nome di Heavy Metal.

In quegli anni distinguere chi suonava Hard Rock da chi suonava Heavy Metal non era sempre semplice (un po’ come si fa oggi a volte con il Thrash e con il Death, citando l’esempio più classico, visti i molti punti in comune). Per gruppi come i Judas Priest non c’erano problemi, ma per altri, come Blue Oyster Cult, Ufo e Sweet attribuirgli un genere preciso era difficile. Così per i Cheap Trick, gruppo di Rockford, Illinois, nato nel 1974 e dedito, almeno fino al 1980, ad un rock ‘n’ roll molto elettrico ed eclettico, duro ma melodico, pesante ma magnetico allo stesso tempo. Insomma, una band che, pur non dichiarandosi schiettamente Metal, aveva nel proprio sound molte cose in comune con questo nuovo genere.

Il loro primo album, del 1977 e dal semplice titolo ‘Cheap Trick’, presentava in copertina la band: un quartetto abbastanza eterogeneo alla vista: sulla sinistra un tizio che sembrava un impiegato scazzato, con camicia, gilet ed un sigaro perennemente in bocca, al suo fianco un biondo che voleva mettere in mostra la propria bellezza, poi quello che sembrava un vero rocker ed infine un personaggio che pareva uscito da un fumetto, con un espressione da vero pazzo in volto.

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Ma bastava mettere la puntina sul disco (nel ’77 i CD non c’erano ancora) per accorgersi che il primo, dal nome Bun E. Carlos, era un batterista straordinario, di una forza impressionante, che nulla aveva da invidiare a Ian Paice e John Bonham, il secondo era Robin Zander, dotato di una voce straordinaria, che passava dal potente al falsetto con estrema semplicità, il terzo era Tom Petterson, bassista innovatore (nella sua carriera ha realizzato ed utilizzato un basso a dodici corde) ed il quarto era Rick Nielsen, poliedrico chitarrista, figlio di Jimi Hendrix ed Eric Clapton.

L’album non ebbe un successo immediato, pur contenendo brani veramente interessanti come l’irriverente ‘Hello Kiddies’, la buia ‘Taxman, Mr Thief’ o l’urlata ‘Speak Now or Forever Hold Your Peace’, scritta da Terri Reid, cantante che rifiutò di entrare sia nei Led Zeppelin che nei Deep Purple.

Per far muovere gli ingranaggi del successo il combo dovette aspettare qualche mese per far uscire ‘In Color’. Qui venne fuori la vena ironica del quartetto con i personaggi più seri fotografati sul fronte della copertina su due motociclette e quelli più ‘strani’ ripresi sul retro su due motorini. L’album, meno cupo del precedente, conteneva il vero primo successo dei Cheap Trick: ‘I Want You to Want Me’, ripresa negli anni in decine di film come parte della colonna sonora, suonata dal gruppo o da altri. Nello stesso album si trovavano brani dal gusto metallico quali ‘Clock Strikes Ten’, ‘Come on Come on’ e ‘Big Eyes’, quest’ultima ripresa nientemeno che dagli Anthrax nell’Ep ‘Anthems’ del 2013.

In colorù

Avviata la carriera, i Cheap Trick pubblicarono, nel 1978, ‘Heaven Tonight’, altro successo contenente il loro brano migliore, mai superato: ‘Surrender’, una vera istituzione, anch’esso utilizzato come colonna sonora in molti film e sparato un po’ dappertutto.

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I Cheap Trick raggiunsero l’apice del successo in America ed in Giappone, addirittura c’era chi li paragonava ai Beatles; venne quindi il momento di alzare l’asticella e lo fecero incidendo un live, registrato in presa diretta alla ‘Budokan Arena’ nelle date 28 e 30 aprile 1978, location dove in precedenza erano passati i Beatles stessi, i Deep Purple (che registrarono ‘Made in Japan’), Bob Dylan e successivamente i Judas Priest (‘Unleashed in the East’), Ozzy Osbourne e molti altri artisti Heavy Metal e non.

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Dal titolo ‘At Budokan’, il live dei quartetto di Rockford, pubblicato nel 1979, è ancora oggi un’icona insuperabile, neanche i loro successivi live ci sono riusciti.

E’ un lavoro che arriva quasi alla perfezione, con il gruppo in gran forma letteralmente assalito da una folla (soprattutto di genere femminile) scatenata. L’album contiene solo un estratto del concerto, (verrà pubblicato nella versione integrale nel 1994 con il titolo ‘The complete concert’) ma è quanto basta per far salire i Cheap Trick al vertice ed essere acclamati a livello mondiale. Si pensi che in quel periodo è stato trasmesso per intero anche dalla nostra RAI.

I brani sono quasi tutti estratti dagli ultimi due album, ma c’è spazio anche per le inedite ‘Ain’t That a Shame’, brano originale del grande Bluesman Fats Domino, ‘Need Your Love’, che comparirà nel successivo platter ‘Dream Police’ e ‘Goodnight Now’, brano che anticipa la chiusura dello spettacolo.

I quattro sono tutti dentro il proprio personaggio, con Robin Zander completamente vestito di bianco che, oltre a cantare come pochi, suona anche la chitarra ritmica e Rick Nielsen che fa impazzire facendo il pazzo, imbracciando anche due chitarre contemporaneamente. Ma non è solo una questione di aspetto, gli artisti suonano alla grande ed hanno piena padronanza del palco, essendo ognuno, a suo modo, un frontman. I brani sono tirati e sprizzano energia al 100%, rendendo l’area carica di elettricità. E’ puro Rock ‘N’ Roll con una sfumatura di Metal (riferendosi al sound dell’epoca) che si sente bene sopratutto nella veloce ‘Look Out’, sostenuta da una vivace quanto robusta batteria, nella pestata ‘Big Eyes’, nella pesante ‘Need Your Love’, con un gioco di chitarre intrigante e nella conclusiva ‘Clock Strikes Ten’, con tanto di assolo che imita il suono del Big Ben.

I Want You To Want Me’ e ‘Surrender’ sono suonate ‘al top’, essendo il quartetto ben conscio che si tratta dei loro migliori successi, per rimanere stampate in modo indelebile nella mente di chi ascolta.

C’è poco da dire, anche a distanza di anni ‘At Budokan’ mette i brividi e, soprattutto, diverte.

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Guadagnato il meritato successo i Cheap Trick pubblicarono, nel 1979, ‘Dream Police’ ed andarono alla conquista dell’Europa. Da noi fecero un passaggio a Discoring, trasmissione della Rete 1 condotta da Gianni Boncompagni, per suonare proprio ‘Dream Police’ con Rick Nielsen che imbracciava una chitarra rappresentante la bandiera italiana.

L’anno dopo fu la volta di ‘All Shook Up’, prodotto da George Martin, colui che aveva dato vita ai Beatles. Sono gli ultimi due album dove la vena Rock degli artisti viene esaltata, con brani energici ed, in alcuni casi, anche aggressivi (come  ‘The House Is Rockin' (With Domestic Problems’) da ‘Dream Police’ e ‘High Priest of Rhythmic Noise’ da ‘All Shook Up’). Qui si chiude il primo capitolo della carriera dei Cheap Trick. Con il successivo album ‘One on One’ e, soprattutto, con ‘Next Position Please’ il gruppo cambiò direzione e si spostò verso un genere più melodico e commerciale, ma questa è un’altra storia…

 
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