Recensione: At War With Reality

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Alla fine è toccato anche a loro. Non che qualcuno si aspettasse qualcosa di diverso, ma effettivamente aveva colpito una reunion unicamente basata sulla partecipazione ai principali festival, per un periodo così lungo e senza la pubblicazione di nuovo materiale. Proprio per questo motivo, similmente a quanto accaduto nel 2013 per gli altri colossi del death internazionale, Carcass, At War With Reality, il nuovo lavoro sulla lunga distanza degli At The Gates, è stata una delle uscite più attese dell'anno appena passato. Destino pesante quello venutosi a creare nel corso di quasi vent'anni (quelli intercorsi tra Slaughter Of The Soul - ultimo lavoro in studio - e l'album oggetto della presente disanima) per la band di Gothenburg: passare dallo status di band giovane e tutto sommato di nicchia, autentica cometa che per meno di un lustro aveva imperversato all'interno del mondo metal estremo, a vera e propria band simbolo, tra i padri putativi di tutto un genere, il death metal melodico di matrice svedese. Il perché di questa esplosione postuma di popolarità? Probabilmente nulla di così strano: un curriculum notevole alle spalle, fatto di lavori di elevata qualità pubblicati in rapida successione e, forse ancora di più, il progressivo appannamento delle band che assieme a loro avevano contribuito a creare il genere, tra scioglimenti, cali di ispirazione e/o cambi di stile.  

Avranno saputo i Nostri soddisfare così alte aspettative? L'apertura del lavoro è di assoluto rispetto: Death And The Labyrinth è breve, immediata, diretta e conferma che la band svedese ha mantenuto integri stile e carattere. Bene così e pazienza se di particolarmente nuovo rispetto all'acclamato Slaughter Of The Soul c'è poco. E' subito tempo di title track e, forse ancora di più, si è catapultati indietro nel 1995: l'attacco frontale è il medesimo, la voce di Tompa Lindberg è ancora sgraziata e isterica come una volta, le soluzioni melodiche sono ancora azzeccate, per un pezzo coinvolgente come ai bei vecchi tempi. Già, i vecchi tempi. Per carità, viva l'integrità e la coerenza, ma già a partire da questo punto, l'ascoltatore "standard" e, ancora di più, il modesto recensore di turno potrebbe iniziare a chiedersi se effettivamente questi pezzi siano stati scritti negli ultimi anni oppure siano stati mantenuti in naftalina fin dai tempi di Blinded By Fear & Co. Dubbio legittimo, che per dovere di obiettività, sembra opportuno lasciare in sospeso fino al termine dell'ascolto. Nel prosieguo del medesimo, il livello qualitativo inizia purtroppo ad essere altalenanteThe Circular Ruins effettivamente non stupisce ed Heroes and Tombs, al di là di qualche trovata di classe specialmente a livello di atmosfere, ha un che di incompiuto. Meglio va con The Conspiracy Of The Blind (che il tema della cecità porti bene agli At The Gates?), pezzo semplice ma comunque abbastanza trascinante, sempre nella scia dei fasti degli Anni '90. Anche Order From Chaos piace, specialmente nella costruzione che porta al refrain finale, mentre per The Book Of Sand (The Abomination) si potrebbe applicare esattamente lo stesso metro di giudizio di The Conspiracy Of The Blind, con la menzione speciale per un assolo particolarmente ispirato. Si è oramai superata la metà del lavoro e la sensazione è quella che lo stesso non riserverà grosse sorprese all'ascoltatore: si prosegue con dei pezzi sostanzialmente "ok", che piacciono nella misura in cui piace lo stile degli Svedesi, ma che davvero dimostrano che in questo caso l'asticella non sia stata posta troppo in alto da Lindberg e soci. Dopo l'intermezzo strumentale di City Of Mirrors (poi davvero utile?), si arriva al trittico finale. Che la famigerata zona Cesarini sia cruciale per gli At The Gates per piazzare i colpi vincenti? Solo parzialmente: Eater Of Gods Upon Pillars Of Dust sono pezzi più robusti (e, diciamolo, le cose migliori in questo lavoro le si sono sentite proprio nei momenti più corposi), che si lasciano ascoltare piacevolmente, mentre The Night Eternal appare alquanto trascinata nei suoi quasi sei minuti di durata, tra rallentamenti sfilacciati e parti artificiosamente allungate. 

Un inizio promettente che si è sviluppato sostanzialmente in un lavoro standard, forse troppo, specialmente considerando il nome stampato sulla copertina. At War With Reality non è classificabile certamente come fiasco, la band sembra essere abbastanza in palla, ma ci si sarebbe aspettato un approccio non necessariamente innovativo, anzi, ma più fresco e creativo, considerando soprattutto che si tratta di musicisti navigati che nell'arco di questi anni non sono rimasti con le mani in mano (The Haunted, Cradle Of Filth, Paradise Lost, Disfear, The Great Deceiver, etc). C'è tanto di già sentito e di scontato in questo lavoro e spiace perché con un po' di coraggio e impegno in più nella fase compositiva i pezzi avrebbero certamente guadagnato in mordente. Viene naturale tirare in ballo ancora una volta Carcass, i quali hanno seguito un approccio simile, puntando sul sicuro con il loro ultimo Surgical Steelma possiamo affermare con certezza che la proposta del quartetto di Liverpool si sia rivelata qualitativamente più interessante e ricca di grinta (seppure, secondo il parere di chi scrive, lontana dal capolavoro rilevato anche sulla presente webzine). 

Gli At The Gates sono ritornati con un lavoro che probabilmente piacerà ancora molto ai fan più sfegatati (se siete tra questi, aggiungete pure una manciata di punti al voto sottostante), utile più che altro a dimostrare che il cuore batte ancora forte e a giustificare tour prolungati. La speranza è proprio che nel corso di questi appuntamenti dal vivo la band ritrovi quella fame che ha contribuito a rendere grande il loro nome nel passato. 

Vittorio "Vittorio" Cafiero 

 
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