Recensione: Atomic Soul

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Mai mi sarei aspettato che Russell Allen, uno dei cantanti più rappresentativi della scena metal mondiale odierna, potesse cimentarsi in un filone che ad oggi sembrava non appartenergli così intimamente, nudo e crudo hard rock di fine anni 70' sostenuto e messo in mostra dalla tecnologia dei nostri giorni, hard rock dal sapore indiscutibilmente puro, essenziale e senza troppi arzigogoli fuorvianti, eppure così maledettamente contemporaneo e di sostanza.

Il cantante conosciuto in primis per la sua band di punta, i Symphony X, si dimostra versatile quanto basta per arrischiarsi e mettersi a dura prova in un progetto che avrebbe potuto rivelarsi in un primo momento azzardato ma dal quale ne esce sicuro vincitore dimostrando a se stesso ed al pubblico che lo segue da anni che, con la passione, si possono anche ottenere traguardi in partenza insperati.

Dimentichiamo, or dunque, per un attimo (un attimo lungo 50 minuti) le tirate, meticolose, perfezioniste e tecniche performance offerte dall'ugola d'oro negli album di Arjen Lucassen e, concentriamoci sul ruvido elaborato vocale e sonoro di Atomic Soul.
Al pronti via, Sir Allen stupisce con “Blackout”, “Unjustified” e “Voodoo Hand” ricalcando le orme mai sbiadite ed insabbiate dei primi frementi Black Sabbath e fluttuando a destra e a manca sfiorando di tanto in tanto gli storici arpeggi dei Led Zeppelin… Ripensandoci; forse mi sono lasciato trasportare in una galassia musicale che neanche a me compete interamente; del resto, sognare non costa nulla no?
Chitarre, basso, e tastiere non fermano l'incontentabile frontman che sperimenta l'effetto one-man-band saggiando e collaudando le difficoltà più nascoste degli strumenti ma, sottolineo, costantemente aiutato da titani del caso quali Michael Romeo, Brendan Anthony, Robert Nelson, Jens Johansson e Michael Pinnella che, per l'occasione, decidono di trasformarsi in professori no-profit curiosando nel labirinto mentale modello “moto perpetuo” dell'amico protagonista.
Grinta ed energia sono anche le basi compatte di “Angel” e “Seasons of Insanity” nonostante qualche peccato di inesperienza inizi a sghiacciarsi, peccati che lo portano ad esagerare coi cambi di tonalità. Discorso inverso se si prendono in considerazione “Gaia” e “We Will Fly” che, almeno per ciò ha attinenza con le armonizzazioni, si avvicina molto di più su quanto sentito nei Symphony X, raggiungendo facilmente una perfetta simbiosi tra suono e voce anche se, la mano di Romeo, è in questo contesto, palesemente evidente.
Badlands, R.J. Dio e qualche leggerissima spruzzatina di Iron Maiden sono le influenze che si possono riscontrare su Atomic Soul oltre alle già citate nel corso della recensione, influssi che donano al dischetto arancione una fluidità di manovra atipica ed un corposo tappeto melodico capace di rapire l'ascoltatore sin dai primi ascolti e di trasportarlo, come “vagamente” accennato, in un'epoca dove l'hard rock regnava sovrano e dove le band di quartiere si sfidavano a colpi di “cover” (Rockstar docet).

Un coast to coast da assaporare tutto d'un fiato nonostante il lavoro non riscriva la storia (ma non voleva certamente farlo) e non inventi nulla che non sia già stato brevettato.
Un disco che, va preso e gustato a pillole scaglionate nel tempo, un disco che deve essere scoperto e riscoperto ad ogni ascolto e, tanto per utilizzare una metafora di un collega molto più ferrato del sottoscritto nel genere, un disco che odora (gradevolmente) "d'alcool e cantine fumose".


Gaetano “Knightrider” Loffredo

Tracklist:
01.Blackout
02.Unjustified
03.Voodoo Hand
04.Angel
05.The Distance
06.Seasons of Insanity
07.Gaia
08.Loosin' You
09.Saucey Jack
10.We Will Fly
11.Atomic Soul

 
70