Recensione: Atonement

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La nuova uscita di una band importante è sempre attesa con impazienza, ma come per tutte le situazioni delicate viene anticipata da quel timore per cui tutto potrebbe essere compromesso. E’ forse questo che rende l’attesa ancora più carica di adrenalina e che una volta pigiato il tasto play ci catapulta in un mondo a sé, dove tutto ciò che conta comincia finalmente a delinearsi davanti a noi. Si tratta di vedere con l’udito, di dare forma a quelle onde sonore che si fanno strada nel nostro cervello e segnano un nuovo capitolo nella vita discografica di una band, come nella nostra collezione di dischi, o ancor meglio nella nostra formazione musicale, qualcosa che ci portiamo dentro dalla prima canzone sentita in vita nostra, tutto accuratamente filtrato secondo gusti personali, esperienze, ricordi e qualsiasi altra descrizione che appassionerebbe i peggiori nerd in ascolto.

 

I Killswitch Engage tornano in studio per l’ottava volta, per la prima sotto Metal Blade e dopo il delicato intervento alle corde vocali di Jesse Leach. C’è tanto per trepidare in attesa di far tremare le casse dell’impianto stereo, ma c’è altrettanto timore che la vena compositiva di una delle band metalcore più consistenti degli ultimi due decenni possa essersi esaurita. In questi casi, la soluzione migliore è quella di smettere di parlare e lasciare che sia la musica a parlare, anche perché giunti a questo punto, molti saranno giustamente curiosi di sapere cosa si cela dietro alla prorompente copertina di Atonement. I KSE non si nascondono dietro a un dito e l’ascolto parte con Unleashed, un manifesto metalcore di rara bellezza e che si rivela essere in grado di unire potenza e melodia come il gruppo definisce da vent’anni esatti. E’ lo stesso Adam Dutkiewicz a dichiarare che l’intento della band sia quello di suonare la musica che amano, ma di farlo con la spensieratezza che rende il songwriting un processo emotivamente leggero, tutto a vantaggio di un’ispirazione che si delinea una traccia dopo l’altra. Fate uno sforzo e lasciate stare il tasto repeat (Unleashed è davvero coinvolgente), perché la successiva The Signal Fire è una chicca mica da poco. In primo luogo vanta il duetto con l’ex Howard Jones, personaggio che ha lasciato più di qualche rimpianto in casa KSE, ma soprattutto perché viaggiamo sul binario dell’alta velocità, dritti verso lo scaffale più alto della nostra collezione. Siamo alla terza traccia e già in estasi: Us Against The World arriva al momento giusto e ripesca quel desiderio di melodia di cui Adam ha parlato nelle settimane precedenti alla release, aggiungendo anche quello spessore emotivo che consente al brano di godere di un crescendo che sembra davvero non trovare alcun tipo di ostacolo.

 

Nonostante sia ancora presto per tirare le somme, voglio spendere un paio di parole in favore di Jesse Leach, il quale non soltanto ha ripreso un ottimo stato di forma dopo l’operazione chirurgica, ma è stato anche in grado di indottrinare la propria voce, nonché ampliare e migliorare il proprio registro melodico, a tutto vantaggio di possibilità compositive ancora più ampie. Con The Crownless King abbiamo il secondo cameo del disco, del resto il riff è dannatamente thrash, quindi non si poteva che chiamare in causa Chuck Billy (Testament), per un’altra mazzata di sano metallo pesante. I Am Broken Too è la traccia – a modo suo – più sorprendente dell’intero album: melodica, a tratti quasi delicata e vicina ad essere definita una ballad orfana della tipica introduzione acustica. Personalmente l’avrei sviluppata di più, anche a costo di essere scontato. Si torna dov’era con As Sure As The Sun Will Rise, altro highlight indiscusso con un sound tipicamente KSE al quale viene aggiunta una sfuriata in blast beat eccezionale.

 

 

C’è dell’old school con Know Your Enemy, la quale getta nella mischia anche un chorus bello grintoso e uno di quei riffing circolari che causeranno un elevato tasso di headbanging – un’arma letale in sede live, poco ma sicuro, senza contare quel solo di chitarra dai toni maideniani. Take Control è molto diretta, forse prevedibile, ma funge da cuscinetto ed ha comunque un bellissimo assolo di chitarra. Il discorso è in parte simile per la successiva Ravenous, che però ha dalla sua la notevole prestazione di Justin Foley dietro alle pelli – sempre una garanzia – ok per una linea vocale un po’ forzata, soprattutto se paragonata al resto del disco. Siamo agli sgoccioli purtroppo, ma I Can’t Be The Only One spicca in quanto a personalità e per essere in grado di aggiungere nel calderone di Atonement quella vena malinconica che ha contraddistinto alcuni tra i migliori lavori della band. Il disco si chiude con Bite The Hand That Feeds, brano che ci offre un bel riff dai toni groove, una canzone compatta, veloce, un pezzo che spacca insomma.

 

A differenza di molti altri album metalcore, Atonement ha la capacità di mantenere alta l’attenzione dall’inizio alla fine, il tutto per ogni singolo brano, senza relegare l’ascoltatore a sbavare per i ritornelli melodici divisi da strofe più o meno prevedibili. In questo caso i Killswitch Engage hanno dimostrato che la fiamma della loro ispirazione sia tutt’altro che vicina all’esaurimento, con un singer che non sembra soltanto in ottima salute, ma pare aver scoperto come sfruttare al meglio un potenziale che molti non si sarebbero più aspettati. Atonement è un ottimo disco e prosegue la scia positiva di release della band statunitense, il che – una volta giunti all’ottavo capitolo della propria discografia – non è affatto poco. I 20 punti che a mio umile parere lascio tra il giudizio finale e la perfezione sono dovuti ai pro e contro del disco stesso, un album carico di compattezza e di canzoni che non si perdono in inutili ridondanze, alle volte restando addirittura sotto i 3 minuti di durata. In opposizione a questo aspetto positivo, soprattutto avendo scoperto che Leach sia degno di continuare a tenere in mano il microfono di una delle band metalcore più quotate, non mi dispiacerebbe respirare quell’atmosfera malinconica ed emozionante che Mr Jones riusciva a mettere in pezzi come The Arms Of Sorrow o The End Of Heartache. Questa è però un’opinione personale, perché oggettivamente Atonement è un disco che merita di essere marchiato KSE e quindi di finire nel vostro carrello della spesa. Buon ascolto!

 

 

Brani chiave: Unleashed / The Signal Fire / As Sure As The Sun Will Rise

 
80