Recensione: Attalla

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Originariamente uscito in formato vinile nel 2014, l’omonimo disco degli statunitensi Attalla vede oggi la luce anche in formato Cd grazie alla Shadow Kingdom Records.

Suoni acidi, ed allo stesso tempo “caleidoscopicamente” polverosi, sono la vetusta, ma non per questo scaduta, ricetta degli artisti. Il disco raccoglie primordiali echi doom rock, riportandoci alla mente il maestro Paul Chain ed i primi Black Sabbath.

Il full-length è per lo più strumentale, e per produzione e minimalismo dei suoni in più punti rifugge nel concetto di hardcore/punk. Ovviamente, tutto ciò, è connaturato alla natura old school del progetto, tentativi di non tradire allora le origini ed i suoni dell’epoca, abbozzando a qualcosa di diverso. Chiaramente, tutto questo ragionamento avrebbe maggior senso se la band fosse di quel periodo, ma non ne vogliamo fare una colpa agli Attalla.

Passione genuina, giornata uggiosa in cui gruppo di amici si ritrovano in un umido garage a dar vita a sogni, sudando ed uscendo poi con le orecchie sibilanti. Riff di chitarra lasciano il segno su tale muro che odora di muffa, scure macchie che coprono frasi di anarchica memoria, e che ora vengono vissute con malinconica riflessività. Se dovessimo trovare un vero e proprio punto debole, potremmo dirvi che la voce non sia all’altezza, sempre debole e mai incisiva. Non a caso forse viene utilizzata con il contagocce, restando sempre in secondo piano. Tutto questo però, per assurdo, regala ancor più primitività e fascino underground alla band. Graffianti e caustiche le chitarre disegnano melodie corrosive, ipnosi che inibisce i  sensi, oppiacee ambientazioni che sfumano le radici rock dei musicisti.

Molti potrebbero chiedersi che senso possa avere proporre nel 2016 un sound di questo tipo. Noi crediamo che, ogni forma di espressione ed arte, anche se già percorsa o datata, se regala emozioni, è sempre meritevole di attenzioni. Gli Attalla rientrano in codesta categoria, con l’avvertenza di non aspettarsi nulla di innovativo o sperimentale, così da evitare l’acquisto nel caso in cui siate dei ricercatori di nuove sonorità. 

La durata esigua del full-length (ventotto minuti) lascia un po’ l’amaro in bocca, perché gli spunti interessanti restano, ma ci sarebbe piaciuto capire se una maggior durata avrebbe portato l’ascoltatore ad esaltarsi ulteriormente, o ad annoiarsi. La ridondanza e la prevedibilità sono così dubbi che restano tali, consigliandovi l’ascolto solo se siete degli amanti del genere. 

Stefano “Thiess” Santamaria

 
70