Recensione: Avatar Country

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Se c’è una band in costante ascesa e che ha tutte le carte in regola per poter ambire al grande e anche al grandissimo pubblico sono sicuramente gli Avatar. Giunti ormai al settimo album, i nostri hanno dimostrato di essere un act dalle potenzialità immense e dalle molteplici soluzioni artistiche, sempre funzionali e di grande impatto sonoro. Dopo l’acclamato da pubblico e critica Feathers & Flesh e tour sempre più importanti, gli svedesi tornano in pista con una nuova fatica discografica che suona più come un battere il ferro fin che è caldo rispetto ad un serio ritorno in studio. Perché diciamo questo? Tagliando subito la testa al toro, Avatar Country sembra più un ep zeppo di riempitivi che un vero e proprio album a se stante: i brani che possiamo ascoltare nei 43 minuti della tracklist alla fine sono solamente 6, più altri 4 che non si capisce francamente che scopo abbiano. Non basta un simil concept su un paese chiamato Avatar e nemmeno l’inserire la parola King in tutti i titoli e in tutti i testi per fugare lo status di “poco materiale a disposizione ma dobbiamo farlo uscire lo stesso” che inficia tutto l’ascolto dell’opera.

L’album brucia subito una traccia con un’intro breve ed epica; quando però Legend Of The King esplode dagli altoparlanti, tutta la grandezza degli Avatar si palesa in pompa magna e coi soliti sublimi arrangiamenti. Il brano supera gli otto minuti e conferma ancora una volta Johannes come uno dei migliori cantanti attualmente in circolazione. Tutta la band offre una prestazione epica, variegata e il tutto risulta come sempre fresco e ispirato. Si alternano momenti di brutalità ad un ritornello che entra subito in circolo e il gioco è fatto. Il carico da undici viene però calato con la seguente The King Welcomes You To Avatar Country, che è una sottospecie di brano hard rock potentissimo in grado di confermare in nostri come maestri nell’ibridare qualsiasi cosa capiti loro a tiro. L’aura da musical è qui parecchio presente ed è la metamorfosi nella quale gli Avatar sono a livelli di eccellenza assoluta; discorso opposto invece per la seguente King’s Harvest, che nel riffing ricorda parecchio i migliori Sepultura e offre un buon momento di sano groove assieme a una brutalità che non è mai gratuita. Il ritornello è fumoso e adattissimo alla situazione; gli stacchi e la tensione sono gestiti molto bene e il ponte offre trame chi chitarra ottime anche se brevi. The King Wants You ha uno dei migliori riff composti dalla band e anche qui siamo sul radiofonico andante; il brano ha un ottimo incedere e dal vivo farà sfracelli a suon di cori, altra ottima prova che contribuisce a mantenere l’opera su un livello medio alto. Partono ora le bislacche scelte stilistiche di cui parlavamo poco fa, e la seconda parte del disco appare abbastanza insensata. The King Speaks è una specie di discorso del re commentato come se fosse trasmesso da un telegiornale ed è una traccia che non serve assolutamente a nulla tranne che spezzare il ritmo del disco; le seguenti A Statue Of The King e King After King offrono buoni momenti ma non eccellenti. Molto buona la parte circense della prima e il ritornello della seconda, ma per gli Avatar sono entrambi brani dal songwriting fin troppo normale e scolastico. L’album si chiude con un clamoroso paio di inutilità strumentali, la prima di sola elettronica, e lasciano un po’ l’amaro in bocca assieme ad un gigantesco punto di domanda. Non si poteva aspettare di avere una manciata di brani in più e vendere qualcosa di più corposo?

Se prendiamo da solo il blocco delle sei canzoni proposte possiamo giudicarlo come più che discreto, poi purtroppo viene ingiustamente sommerso e in mano ci rimane un brodino. Avatar Country è un prodotto ben confezionato e tutto il resto, ma ha difetti praticamente antitetici rispetto al suo illustre predecessore. Feather & Flesh peccava di prolissità, questo invece ha pochi brani; nel prossimo futuro agli svedesi basterà solamente trovare una via di mezzo e avremo finalmente in mano il capolavoro che tutti stiamo aspettando. Per adesso ci congediamo in parte delusi.

 

 
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