Recensione: Avengers of Steel

Di Alessandro Calvi - 26 Novembre 2004 - 0:00
Avengers of Steel
Band: Valkija
Etichetta:
Genere:
Anno: 2004
Nazione:
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70

L’italianissima band dei Valkija giunge alla pubblicazione del proprio debut album per la greca Sonic Age Records, una casa discografica che divide le proprie attività in due parti: da una parte ristampa grandi classici dell’heavy metal più puro ormai introvabili (con il nome di Cult Metal Classic Records), dall’altra dà spazio alle nuove promesse di questo genere.

I Valkija si fondano nel 1999 con l’intenzione di creare un sound molto attaccato a quello degli anni ’80, ma che comunque risentisse anche delle influenze del power tedesco e dell’AOR. L’attività nell’underground è molto varia e prolifica grazie anche alla partecipazione a diversi festival e alla possibilità di suonare di spalla a nomi importanti della scena italiana. Le registrazioni del loro primo lavoro autoprodotto intitolato “Days of the Rising Sun” cominciano nel dicembre del 2002. Il cd fa il giro dell’europa e ben presto arriva anche alle orecchie dei dirigenti della Sonic Age che decidono di mettere subito sotto contratto la band. La band si mette subito al lavoro, delle tracce presenti su “Days of the Rising Sun” la sola “The Unknown Kadath” viene tenuta, riarrangiata e riregistrata, tutto il resto del disco è comporto ex-novo.

Sicuramente una delle caratteristiche principali che hanno attirato l’attenzione della casa discografica greca su questa band è la voce della cantante Zoraija, al secolo Anna Amato. Una voce che ricorda da vicino alcune delle singer femminili più famose del panorama metal mondiale, da Doro Pesch a Jutta Weinhold a Leather Leone.
Personalmente devo ammettere di non essere un grande estimatore di questo stile di cantato, normalmente preferisco infatti di gran lunga le voci femminili pulite, in particolare quelle più tendenti al canto lirico. Zoraija invece non appartiene per niente a questa schiera di cantanti: dotata di una buona versatilità, è capace di passaggi altissimi ed altri in cui la sua sembra quasi una voce maschile tanto è bassa, roca e aggressiva. Il primo impatto è stato per me piuttosto complicato, ma in breve tempo devo dire di essere riuscito ad apprezzare abbastanza la prova vocale della singer.
Dal punto di vista del sound, come si diceva, il gruppo è fortemente attaccato agli anni ’80, anche se comunque non disdice qualche concessione all’AOR e al power tedesco più melodico. I punti di riferimento più distintivi sembrano essere in particolare i Judas Priest dell’era d’oro: sia nello stile del cantato di Zoraija che in alcuni passaggi ricorda molto da vicino lo screaming al vetriolo di Rob; che nella musica vera e propria, “Sign of the Hammer” in effetti ricorda fin troppo da vicino la canzone “Painkiller” in un più di un frangente. In generale comunque il suono e l’uso delle chitarre riporta molto alla mente il gruppo inglese.
Ben lontano invece dagli esempi citati poco fa è invece “The Unknown Kadath”, forse la canzone migliore del lotto e l’unica ripescata dal precedente demo. Si tratta del brano più lungo dell’album e proprio per questo presenta all’ascoltatore un ampio campionario di stili e di cambi di tempo, dai momenti più aggressivi e veloci a quelli più riflessivi con il solo accompagnamento della chitarra acustica. In intro di canzone inoltre si fa sentire uno degli ospiti del disco, cioè Thodoris Gourlomatis singer dei Bloodstained che con il suo cantato praticamente in growl dà ancora maggiore atmosfera a questa song già di per se cupa e ispirata all’opera del Solitario di Providence, al secolo H.P.Lovecraft.

Dal punto di vista delle critiche sicuramente si riscontra qualche imprecisione in fase di arrangiamento, comunque facilmente perdonabile in una opera prima. Inoltre pur trattandosi di un buon disco con un paio di eccellenti song (“The Unknown Kadath” su tutte), trovo che ricada un po’ spesso nel già sentito. D’accordo il volersi ispirare agli anni ’80 e il farsi portavoce dell’heavy metal più classico, ma essere più originali di così non è secondo me eccessivamente difficile.

Per concludere una band italiana alla sua prima pubblicazione che farà la gioia degli estimatori dell’heavy metal più classico. Si tratta di un album che è un vero e proprio tuffo indietro nel tempo, ma che proprio per questo risente un po’ di soluzioni già sentite e il senso di dejà-vu che si potrebbe avvertire in più di un frangente è anche pienamente giustificato.

Tracklist:
01 The Last One
02 Hold On
03 Eyes of the Shadow
04 Return of the King
05 Sign of the Hammer
06 The Unknown Kadath
07 Son of Thunder
08 Steel Avenger
09 Hatchet Blade

Alex “Engash-Krul” Calvi

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