Recensione: Behind the Demon's Eyes

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E anche per il gemello cattivo dei Manilla Road è giunto il tempo di sfornare un nuovo capitolo della propria discografia! Gli Hellwell, progetto parallelo di quel geniaccio di Mark Shelton e di E.C. Hellwell (turnista negli stessi Manilla Road negli ultimi tre album), rilasciano questo “Behind the Demon’s Eyes” a cinque anni da “Beyond the Boundaries of Sin” e a due dall’ultimo Manilla Road (anch’esso illustrato dal nostrano Paolo Girardi). Per l’occasione, a completare la line up viene chiamato nientemeno che Randy Foxe, glorioso batterista dei Road da “Open the Gates” a “The Courts of Chaos” (così, giusto per dire) che col suo drumming caotico e sfacciato infonde quella vena di follia che ben si sposa con le melodie orrifiche del tastierista e le linee chitarristiche ipnotiche e maligne dello “squalo”.
Il tema portante dell’album è sicuramente l’orrore, descritto in alcune delle sue incarnazioni più tipiche: si va dal mostro di Frankenstein alle oscure visioni dell’oltretomba classico, passando per Lovecraft, incubi dallo spazio profondo fino a tornare alla letteratura gotica. Ogni brano racconta la sua storia di orrore, pena e crudeltà con il lirismo tipico del gruppo di Wichita. L’organo diventa qui componente essenziale per la narrazione musicale, ma siamo ben lungi dall’ironica e provocatoria definizione di “Manilla Road con l’organo”: lo strumento si affianca alla chitarra, modificandone le trame e venendone a sua volta imbastardito in un continuo percorso di sviluppo incrociato fatto di rimandi e richiami che dura per tutto l’album, un viaggio a metà strada tra epica e orrore in cui i due temi si avvicinano, si sfiorano, si sovrappongono e poi tornano a separarsi per ricominciare da capo la loro danza.

L’apertura è affidata alla deflagrante “Lightwave”, che con la sua ritmica insistente e schizoide concede a Randy il tempo di ricongiungersi con la famiglia alla sua maniera. Di sicuro si tratta della traccia più furiosa del lotto, caratterizzata da ritmi sostenuti e dai ruggiti maligni di Shelton, ma la sua breve durata non le impedisce di piazzare qualche passaggio d’altissima scuola prima di cedere la parola alla più oscura “Necromantio”, in cui già si percepisce l’avvenuta sovrapposizione di cui parlavo prima. Le melodie si fanno maligne senza rinunciare alla tipica possanza e corposità dei Manilla Road, che esplode poi nell'ottima sezione strumentale che occupa la seconda metà del brano, prima più frenetica, poi più distesa e solenne. Si arriva ora alla prima suite dell’album, che dall’alto dei suoi sedici minuti si permette di mescolare le carte in tavola, divertendosi a giocare con le componenti fondamentali della musica degli Hellwell e fondendo per tutta la sua durata malignità ed epos, incombenza drammatica e sacrale solennità. In “To Serve Man” si percepisce l’insistenza dell’organo nel pretendere più che altrove il suo spazio nell’economia del gruppo, coronando tale pervicacia con una lunga digressione solista al termine della quale si parte a spron battuto, per la verità con uno stacco fin troppo netto: nonostante, infatti, la traccia si permetta il lusso di variare carattere e umore con una certa naturalezza, a mio avviso i diversi atti di cui si compone non si avvicendano sempre alla perfezione, risultando in un paio di occasioni poco fluidi nel passaggio dall'uno all'altro.
It’s Alive” punta tutto sulle atmosfere tipicamente horror garantite dal suono dell’organo e su velocità più contenute in cui però si insinuano, di tanto in tanto, sporadici passaggi melodici e a modo loro solenni, per poi lasciare il finale al solito chitarrone di Shelton e alle sue trame ipnotiche. “The Galaxy Being” inizia con inquietanti effetti sonori che fanno molto programma televisivo anni ’70 sui misteri dell’outer space, salvo poi tornare in carreggiata con riff angolosi e l’organo sempre presente per donare quel tocco retrò e decadente alle melodie. Nonostante il brano sfiori i sette minuti, il suo andamento frenetico aiuta a non accorgersene, contribuendo a macinare minuti con facilità e mascherando una certa linearità di fondo della canzone che, in altri frangenti, sarebbe sembrata ripetitività.
La chiusura dell’album è affidata alla seconda suite, “The Last Rites of Edward Hawthorn”, introdotta da una malinconica melodia di piano a cui, poco a poco, si sostituisce il classico arpeggio di scuola Manilla Road, lento e disteso. La voce dello squalo aleggia sul brano con leggerezza, con un’attitudine quasi elegiaca, salvo poi cedere il passo a riff più maligni. La canzone si incattivisce e acquista velocità, mentre Shelton torna al suo vocione rabbioso durante la strofa per poi lasciare che l’epicità, marcata stretta dalle sinistre melodie dell’organo, prenda possesso del ritornello. Qui torna a sentirsi quel doppio lavoro cui accennavo in precedenza, con le melodie di chitarre e tastiere che, pur mantenendosi in due ambiti atmosferici nettamente distinti, continuano a sovrapporsi e ad impreziosirsi a vicenda per dar vita a uno dei gioiellini dell'album, psichedelico e variegato.

Al termine dell’ascolto di questo “Behind the Demon’s Eyes” non posso far altro che stupirmi, come del resto faccio ogni volta, dell’inesauribile vena compositiva di Mark Shelton, e soprattutto di come quest’album possa suonare sia al 100% Manilla Road che qualcosa di completamente diverso. Le atmosfere si distaccano parzialmente dall'epicità sofferta tipica della band madre per offrire qualcosa di più maligno ed inquietante, pur contenendo in nuce tutti gli elementi che hanno fatto grandi album come “Mystification” o “Open the Gates”. Ciononostante, durante l’ascolto di “Behind the Demon’s Eyes” non ho avvertito più di tanto l’incombenza dello spettro dei Manilla Road ad offuscarne la fruibilità, ragion per cui mi sento di consigliarne l'ascolto non solo a tutti i fan del gruppo anzidetto, ma anche agli amanti di atmosfere più gotiche e sinistre, che potrebbero trovare pane per i loro denti.

 
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