Recensione: Beneath the Remains

Di Arberati bros - 18 Dicembre 2002 - 0:00
Beneath the Remains
Band: Sepultura
Etichetta:
Genere:
Anno: 1989
Nazione:
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88

Etichettati piu’ e piu’ volte come la brutta copia degli Slayer, soprattutto nei primissimi periodi, i Sepultura si tramutarono in una delle metal band piu’ famose degli anni novanta. Il bello di questa band e’ che in ogni cosa che ha fatto (metal o meno) ha saputo sempre dire qualcosa piu’ degli altri. Non furono facili gli esordi per quattro ragazzi che abitavano nelle favelas Brasiliane, e prima di incidere il vero lavoro d’esordio completo, essi furono costretti a un’intensa gavetta. Lasciando da parte gli ideali satanici, gia’ parzialmente levigati in “Schizophrenia”, in questo disco la band tende sempre più ad usare la propria musica come urlo di ribellione verso le ingiustizie che ogni giorno ci si trova di fronte, e quale mezzo migliore di far sentire la propria voce se non suonando un sano e genuino thrash/death old style?
Un arpeggio acustico di non comune bellezza viene interrotto dalla ritmica feroce della title-track, che ci propone i drammi e le atrocita’ della guerra (“chi ha vinto, chi e’ morto, sotto le macerie?”). La voce di Max raggiunge grande maturazione, e del resto è possibile vedere nelle performance live la grinta e la rabbia con cui egli interpreta le canzoni. La seconda traccia “Inner self” (a mio parere la piu’ bella di tutto il loro repertorio) mostra un lavoro incredibile di ferocia dietro le pelli di Igor Cavalera, aspirante a divenire il diretto erede di Dave Lombardo. Molto taglienti i riff di chitarra di Andreas Kisser, che pur non eccellendo in tecnica possiede un tocco che diverrà il marchio di fabbrica della band brasiliana. L’album contiene altre vere perle del loro repertorio: “Mass hypnosis”, ad esempio, che nella sua grossolanità rispecchia totalmente l’inclinazione dei Sepultura.
“Beneath the remains” è una macchina da guerra, un concentrato di odio prodotto da menti ribelli; non danno tregua le canzoni di questo disco e criticarlo risulta davvero difficile. Ottima è anche “Slaves of pain”, con un ritornello indimenticabile: “Life ends feeling death slaves of pain”. Ogni brano e’ ben arrangiato, le linee vocali e il songwriting sono freschi e originali, la tecnica è invidiabile per musicisti di stampo estremo; insomma, un album da avere a tutti i costi.

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