Recensione: Better Than The Rest

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“Beh ecco, a dire la verità, sai certe volte un po' di paura ce l'ho è vero; quando sono sul ring e quando le prendo, e le braccia mi fanno tanto male che non riesco più ad alzarle. Sì allora penso: "Dio quanto vorrei che mi beccasse sul mento così non sentirei più niente!" Però poi c'è un'altra parte di me che viene fuori e che non ha tanta paura... c'è un'altra parte di me che non vuole mollare, che vuol fare un altro round. Perché fare un altro round, quando pensi di non farcela, è una cosa che può cambiare tutta la tua vita. “ (Cit. Sylvester Stallone/Rocky, in Rocky IV, 1985)


Chi non si è mai emozionato ascoltando questo monologo? E chi non si è mai ritrovato a “duettare” con Robert Tepper nel mastodontico ritornello di “No Easy Way Out”, mentre sullo schermo scorrono le immagini di “Rocky IV”?
A parere personale di chi è intento a scrivere queste righe, coloro che, come il sottoscritto, sono nati negli anni '80, sono stati segnati a vita anche dalla triste fine di Apollo Creed e dalle adrenaliniche note che caratterizzano l'anima di “No Easy Way Out”, brano che andava ad impreziosire una colonna sonora ricca di momenti divenuti veri e propri classici della musica internazionale.

A partire dal 1985, il nome di Robert Tepper è rimasto inevitabilmente legato al successo del quarto capitolo dedicato alla saga del pugile di Philadelphia, scritto, diretto ed interpretato da Sylvester Stallone.
Negli anni seguenti, sebbene non sia più riuscito a raggiungere il successo del dirompente esordio (fatta forse eccezione per la celebre “Angel Of The City”, apparsa anch'essa nella colonna sonora di un altro grande caposaldo del cinema d'azione statunitense degli anni '80: “Cobra”, ancora una volta scritto ed interpretato da Sylvester Stallone), il cantante americano è rimasto orgogliosamente in attività fino ai nostri giorni, continuando a difendere l'onore di quel Rock patinato, potente e squisitamente melodico che lo aveva consacrato nel periodo d'oro degli anni '80.

Dopo ben sette anni di assenza dalle scene, ecco dunque che, nel 2019, vede finalmente la luce il coraggioso “Better Than The Rest”, pubblicato sotto l'ala protettrice dell'AOR Heaven.
A dispetto dei tanti anni trascorsi dai fasti di “No Easy Way Out”, Tepper non sembra aver perso l'ispirazione e sforna un album musicalmente solido e compatto nel suo insieme, che può contare sulla profonda intensità scaturita dalle note della bella “Why Does Over (Have To Be So Sad)", opener magnetica ed ipnotica nel suo incedere deciso, dominata dalla sempre cristallina voce di Tepper, protagonista di un coro orecchiabile e celestiale.
Per il vocalist americano il tempo sembra essersi fermato negli anni '80: a nuova dimostrazione di questo arriva l'energica title track, la quale risulta essere ottimamente strutturata ed interpretata, mentre a non emergere degnamente è una sezione ritmica in verità piuttosto opaca e statica, incapace di donare il giusto mordente ad un disco in ogni caso musicalmente ben scritto.

La sensazione di trovarsi di fronte ad una Drum Machine permane con decisione anche nella successiva “All That We Never Have” che, ad onor del vero, riesce comunque a mantenere il platter su buoni livelli compositivi, sfoggiando un'ossatura melodica piuttosto incisiva, come anche accade nel corso della seguente e piacevole “Testimony”.
Le atmosfere si fanno poi più rilassate nelle trame melodiche della romantica “Time Just Is Time”, mentre “My Yesterday” torna a squarciare l'aria con decisi colpi di un Hard Rock sostenuto, contraddistinto, ancora una volta, da un refrain diretto ed orecchiabile.
La successiva “Tell Me You Love Me” si avvale di sonorità che, abilmente, strizzano l'occhio al Pop tipico degli anni '80, mettendo a segno un momento forse inaspettato ma ugualmente interessante di questo “Better Than Rest”, che può così proseguire con la più movimentata e canonica “Show Me Where The Light Is Going”.

Giunta ormai quasi alla conclusione, l'opera prosegue con la più morbida “Beyond The Atmosphere”, la quale, nonostante la pesante monotonia di una sezione ritmica così statica, (palesemente) finta ed irritante, dimostra comunque quanto ancora il vocalist americano abbia da offrire con la propria musica.
Pochi minuti dopo, senza grosse sorprese ma altresì in modo molto piacevole, “I Don't Want To Make You Love Me” e “You Know Just How You Feel”, si pongono a sigillo di un album musicalmente piacevole ma, contemporaneamente, anche tristemente debole per via della scomoda mancanza di un reale drummer a sostenere il tutto, importante motivo per cui “Better Than The Rest”, probabilmente sarà dimenticato in una semplice e povera manciata di ascolti.

 

 
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