Recensione: Between Eternities of Darkness

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A distanza di vent’anni dall’ultima prova su disco tornano in pista gli svedesi Hollow, uno dei nomi culto della scena prog-power. Due dischi pubblicati via Nuclear Blast sul finire degli anni Novanta, “Modern Cathedral” nel 1998 e, soprattutto, “Architect of the Mind” nel 1999, album splendido, “vivo”, che preannunciava un futuro importante per la band capitanata dal chitarrista-cantante Andreas Stoltz, ma che invece, inaspettatamente, sancì la fine della compagine di Umeå, lasciando tra gli appassionati un piccolo vuoto. Gli Hollow, forti di una proposta che mescolava influenze Crimson Glory a un sound figlio diretto degli anni Novanta, carico di emozioni dal forte retrogusto di solitudine e tristezza, avevano iniziato un percorso artistico dall’alto potenziale lasciandolo però incompleto.

 

Dal 1999 a oggi ne è passata di acqua sotto i ponti. Andreas Stoltz ha fondato gli interessantissimi Binary Creed (nome che si ispira all’omonima track presente nel già citato “Architect of the Mind” n.d.r.) e pubblicato due album sotto quel monicker, per poi decidere di riportare in vita la “creatura” Hollow, pubblicando via Rockshots Records “Between Eternities of Darkness”, disco che ci apprestiamo a curare in queste righe. Ma come sono gli Hollow del 2019? Soffermandoci un attimo sulla line-up, incontriamo profonde differenze rispetto al passato, visto che la compagine svedese è ora diventata una sorta di solo project del mastermind Andreas Stoltz, verrebbe da dire, anzi, quasi una one man band. Per le registrazioni di “Between Eternities of DarknessStoltz si è infatti occupato di voce, basso e chitarre, affidando le parti di batteria a Stalder Zantos. Dal punto di vista musicale, invece, gli Hollow sono esattamente come ce li ricordavamo. Il nuovo lavoro, infatti, ruota attorno a quelle trame chitarristiche ricercate, tipicamente made by Stoltz, sfoggiando quelle partiture che sanno di Crimson Glory e Queensrÿche, imbevute di melodie decadenti, che donano un’aura di desolazione all’intero lavoro e che ben si sposano con la voce di Stoltz, pronto a tracciare linee vocali curate e coinvolgenti, dalla marcata personalità, che trovano il loro apice in ritornelli che sanno sempre centrare il bersaglio. Basta ascoltare tracce come ‘Shadow World’, ‘Hidden’, ‘The Road I’m On’ o ‘Death of Her Dream’ per trovare conferma di quanto appena scritto.

 

Ci troviamo quindi al cospetto di un degno successore di “Architect of the Mind”, gioiello con cui gli Hollow si sono accomiatati dalle scene? Una domanda lecita, questa. Beh, possiamo dire che dal punto di vista della forma, sì, “Between Eternities of Darkness” è sicuramente un buon successore, come descritto poco sopra. Va però detto che il nuovo lavoro non è dotato di quella magia, di quella carica adrenalinica che l’album del 1999 invece aveva, non riuscendo a colpire e coinvolgere l’ascoltatore come gli stessi Hollow avevano saputo fare in passato. Certo, se guardiamo al passato, anche il debutto “Modern Cathedral”, per quanto ben strutturato, non possedeva la magia del secondo capitolo. La speranza, quindi, è che “Between Eternities of Darkness” possa rivelarsi un nuovo inizio per gli Hollow, e come successo sul finire degli anni Novanta, dopo un buon primo disco, possa arrivare un nuovo apice creativo. Va inoltre detto che “Between Eternities of Darkness” è un concept album incentrato su una tragedia familiare, e ascoltare il disco seguendo i testi e l’evolvere della storia può sicuramente aumentarne il fascino. Dal promo a nostra disposizione, però, più di questo non riusciamo a dirvi, in quanto siamo sprovvisti dei testi e di maggiori note in merito alla storia narrata. Un vero peccato.

 

Come interpretare quindi “Between Eternities of Darkness”? Sicuramente come un buon disco, ben suonato, caratterizzato da un songwriting ricercato e da una produzione curata, che sarà in grado di mietere consensi tra gli appassionati del prog-power. Un lavoro, però, a cui manca quella magia che, almeno il sottoscritto, si aspettava di ritrovare in un platter griffato Hollow, una componente che non permette al disco di ergersi al di sopra di quell’affollato calderone dell’underground. Come dicevamo in sede di analisi, la speranza è che Andreas Stoltz possa ripercorrere le stesse tappe battute sul finire degli anni Novanta, come se con “Between Eternities of Darkness” avesse tolto la polvere e la ruggine dal progetto Hollow e avesse messo a segno un buon prodotto, caratterizzato da una qualità media elevata, per entrare in quella dimensione emozionale che possa permettergli di realizzare presto una nuova gemma. Nell’attesa che questa ipotetica “profezia” possa realizzarsi, diamo una possibilità a “Between Eternities of Darkness”, Andreas Stoltz se la merita.

 

Marco Donè

 

 
70