Recensione: Beyond the Void

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Immaginiamoci riuniti a un tavolo, avvolti dall’oscurità, illuminati dalla fioca luce di un paio di candele, nel bel mezzo di una seduta spiritica. Siamo in contatto con il dio del metallo e con un po’ di timore avanziamo una pretenziosa richiesta: «dio del metallo, in un’epoca come questa, piena di contaminazioni, in cui la fede sembra vacillare, abbiamo bisogno di un po’ di sano heavy metal with no compromise, ti esortiamo, aiutaci».
Nessuna risposta sembra arrivare alla nostra richiesta. Ci azzardiamo a ripeterla ancora una volta, e poi ancora una. All’improvviso la tavola Ouija si anima, inizia a indicare una serie di lettere, fino a comporre un nome: Martin.
Se il dio del metallo ci ha indicato un nome, lo dobbiamo seguire. Gli abbiamo chiesto autentico acciaio in musica e lui ci ha indicato “Martin”. Un enigma, già, ma la sua risoluzione è più facile di quanto si possa pensare: una figura risponde alla perfezione a quanto da noi richiesto e guarda caso si chiama proprio Martin, Martin Steene, inossidabile defender of the faith danese, che con i suoi Iron Fire non ha mai tradito il verbo, regalandoci, nel corso degli anni, dischi che forse non rientreranno tra i lavori immortali della musica dura, ma che ne hanno alimentato la fiamma, tenendola viva, incandescente.

 

A tre anni di distanza dal precedente “Among the Dead”, infatti, gli Iron Fire fanno ritorno sulle scene con “Beyond The Void”, album che ci apprestiamo a curare in queste righe. Come dicevamo, Martin Steene, mastermind della band di Copenaghen, non ha mai tradito il verbo, la fede nell’heavy metal più puro, e anche in questa occasione, imperterrito, continua il proprio cammino, senza cedere o indietreggiare di un centimetro.
Rispetto agli Iron Fire degli esordi, quelli del 2019 risultano più cupi e oscuri, pur rimanendo fedeli al filone power della seconda metà degli anni Novanta. Un’oscurità che già aveva iniziato ad affiorare in “Voyage of the Damned”, nel 2012, e che aveva trovato definitivo compimento in “Among the Dead”, seguendo l’evoluzione vocale di Steene, che con gli anni ha perso parte della propria estensione, guadagnando un tono più grave e buio. I suoni si fanno quindi più pesanti e ruotano attorno a dei riff di chitarra massicci, creando più di qualche punto in comune con i Rage, formazione che sembra aver fortemente influenzato il cantante danese in fase di composizione. Ci troviamo così al cospetto di tracce sorrette da ritmiche serrate, pronte a evolvere in ritornelli che si lasciano memorizzare e cantare già dal primo ascolto, come accade, ad esempio, in ‘Final Warning’. Ma non solo i Rage riecheggiano in “Beyond The Void”; con il nono disco griffato Iron Fire facciamo un vero e proprio salto a ritroso nel tempo, di due decadi, e incontriamo elementi della scena svedese, quella più classicamente heavy-power, e di quella tedesca. Chi rimpiange l’ondata power degli anni Novanta, in “Beyond The Void” troverà pane per i propri denti. D’altronde, un lavoro che può poggiare su canzoni del calibro della terremotante title track, della diretta e abrasiva ‘To Hell and Back’, della heavy orientedCold Chains of the North’ o la melodica ‘Bones and Gasoline’, giusto per citare qualche titolo, contiene i giusti ingredienti per soddisfare i palati che hanno vissuto una delle epoche d’oro del genere.

 

Certo, come spesso accade con i lavori degli Iron Fire, ci sarà sicuramente chi li accuserà di carenza di originalità; la risposta, però, è sempre la stessa: non chiedete a Martin Steene e compagni di innovare, non è ciò che vogliono fare. La band danese vuole suonare ciò che le piace, con passione e dedizione, mettendo a segno dei dischi realizzati da dei fan, per i fan. Lavori come “Beyond The Void”, un disco curato in ogni dettaglio, caratterizzato da un songwriting coinvolgente, valorizzato dal lavoro di Tue Madsen in cabina di regia. Un album carico di passione, di amore incondizionato per un certo tipo di metallo pesante, fedele a quanto realizzato dagli Iron Fire nel corso della loro ventennale carriera. Non rimane che impossessarsi del disco e iniziarne l’ascolto, “Beyond The Void” non deluderà. Una figura come Martin Steene merita tutto il nostro supporto e la nostra fiducia. Metalhead, tocca a voi.

 

Marco Donè

 

 
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