Recensione: Bigfoot

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Frontiers music deve averci preso gusto.
Centrato il jolly con gli Inglorious e messo a segno un altro buon colpo con i Dirty Thrills, ecco giungere sotto l’ala dell’eccellente etichetta partenopea un’altra band britannica dal sicuro avvenire che, nemmeno a dirlo, fa dei suoni tradizionalmente hard rock un vessillo da esibire con fierezza ed orgoglio.

Una strategia che sembra funzionare con ammirevole costanza: l’attitudine di questa nuova ondata di gruppi hard provenienti dalla terra d’albione mostra solide basi ed una preparazione assolutamente di prim’ordine.
L’unione con le facoltà promozionali ed il budget di una grande realtà come Frontiers, fa tutto il resto, consegnando all’audience prodotti di elevata qualità e gradimento.

Anche questi Bigfoot, infatti, dimostrano di avere moltissime carte da giocare, pur se in uno scenario carico di nuove proposte e costantemente iperaffollato.
Infilando una serie di muse ispiratrici che vanno dai Black Label Society ai Rival Sons, passando dai magnifici Lynyrd Skynyrd agli immancabili AC/DC sino ai seminali Tyketto, il quintetto originario di Wigan si rende protagonista di uno stile che non inventa alcunché, ma mette a regime un modo d’interpretare la materia rock sempre assai godibile e ricca di sfumature piacevoli.
Gli elementi che rendono efficaci i brani sono quelli che, dopo tutto, fanno da sempre la fortuna del genere: una buona voce - quella del singer Antony Ellis – una coppia d’asce molto affiatata (Sam Millar e Mick McCullagh) ed una sezione ritmica precisa e dinamica (Matt Avery al basso e Tom Aspinall alla batteria).
Nulla di diverso da quanto codificato in eoni di tradizione, eppure sempre capace di fornire esiti soddisfacenti quando amministrato con l’adeguata dose di competenza.

Un disco d’esordio, giunto dopo una serie di EP invero piuttosto sconosciuti, che scivola fresco e veloce, senza intoppi, marchiato da una professionalità ed una forma compositiva che non lascia adito a critiche e disappunti: già moltissimo per una band al debutto.
Impossibile poi non notare quanto siano stati fondamentali alcuni “paladini” nello sviluppo della proposta del gruppo inglese: il tiro delle chitarre pare, spesso, spendere qualche debito nei confronti del grande Zakk Wylde, mentre il singer Antony Ellis non risulta molto lontano dalle tonalità dell’eterno Danny Vaughn di Tyketto e Waysted, nomi questi ultimi che per taglio e stile di songwriting, talvolta appaiono più d’una semplice suggestione.

Emergono in tal modo un buon numero di pezzi validi, di facile fruizione ed immediatezza: le iniziali e potenti “Karma” e "The Fear", la frizzante “Tell Me a Lie” (brano in cui è quasi complicato distinguere Ellis dal già citato Danny Vaughn), i tratti da ballata southern della romantica “Forever Alone”, le cadenze adrenaliniche di “Prisoner of War”, la divertita “I Dare You” e la conclusiva, ipnotica, “Yours” (un buon esempio di come la “penna” dei cinque inglesi sia in grado di realizzare anche strutture più elaborate) definiscono i contorni di un cd che scorre gradevolmente e concretizza, ad ogni passaggio, la certezza che un ascolto di questa opera prima non sia affatto tempo sprecato.

Meno ruvidi degli Inglorious, più melodici ed “ottantiani” dei Dirty Thrills, i Bigfoot sono l’ennesima scoperta felice di casa Frontiers.
Hard rock, grinta e sudore ed un po’ di classe innata.
Una sorta di assioma che si rende sempre attuale e se ne infischia del tempo che passa.

 

 

 

 

 

 

 
79