Recensione: Black Frost

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La necessità di assimilare il nuovo album della band di Esens ne ha ritardato la messa a punto del giudizio. I Nailed To Obscurity sono in ascesa nel panorama death metal, e “Black Frost” segna il primo passo del loro nuovo cammino sotto l’egida della Nuclear Blast.

Detto questo, ciò che affascina di “Black Frost” è il suo lungo incedere sì tra trame death melodiche, ma con al suo interno tante sfumature oscure, tragiche, malinconiche, che trasformano l’ascolto in un viaggio intenso.
Le nuove canzoni si agitano e si fondono con i testi scritti dal vocalist Raimund Ennenga, tutti a sfondo psicosociale, un’introspezione ricercata, con il fascino per la lotta della mente, l’autocontrollo, il confrontarsi con la solitudine e la paura. Il titolo stesso dell'album ne è l’emblema, un concetto ispirato dalla terminologia marinara. Mentre sono in mare, le navi possono essere attaccate dal gelo nero, un fenomeno in cui nebbia o pioggia si congela sugli ormeggi e sugli alberi, causando squilibri. Le navi sbilanciate si capovolgono facilmente. Ennenga ha preso a cuore questo concetto, applicandolo agli umani, che lottano per controllare la paura o la rabbia. L'idea è una storia ammonitrice per tutti noi a non lasciare che il gelo nero sovraccarichi le nostre menti.

La titletrack apre il viaggio con un tambureggiare soffuso, offrendosi poi alla dicotomia ferocia-melodia. I Nailed To Obscurity si prendono tutto il minutaggio necessario per addentrarsi nelle nebbie e poi dissolverle. Il loro stile abbraccia il death melodico svedese e ricorda i primi Opeth, nell’ottima alternanza tra riff di piombo, dissonanza malinconica, stacchi acustici, voce pulita alternata al growl. C’è qualcosa anche della decadenza dei My Dying Bride che arricchisce il tutto, mentre la struttura scelta per la sezione ritmica e per diversi passaggi di chitarra ricordano i Primordial.
Canzoni come "Tears Of The Eyeless", "The Aberrant Host", "Road To Perdition" confermano le buone sensazioni. La prima ricorda il lavoro di Mikael Åkerfeldt prima della deriva prog e centra il bersaglio con la bella melodia delle chitarre e il loro saliscendi acustico (il lavoro della coppia Lamberti Dieken si mantiene ottimale per tutto l’album). “The Abberrant Host” sembra condurre l’ascoltatore proprio sul ponte di una nave che affonda, tingendo di nero il mondo intorno. Si tratta del momento più bello di “Black Frost”, con Ennenga capace di una narrazione ammaliante, specie nei toni puliti che si fanno plumbei. Ottima la parte centrale tra arpeggi acustici e riprese dal sapore doom.

La struttura in crescendo, con l’inizio arpeggiato e la lenta progressione, caratterizza un po’ tutte le composizioni (“Cipher”, dal bel riff portante), la prova vocale del cantante poteva forse riuscire meglio nelle tonalità scelte per alcune strofe in growl (“Feardom”), ma il suo registro offre varietà all’ascolto, si concede anche momenti sussurrati, e tutto il disco ne beneficia. Diventa anche ipnotico nel momento più nero, “Resonance”, con un po’ di Tiamat dentro.

In “Black Frost” ci sono seducente intensità e tremore di ombre, e tutto il tempo necessario per l’introspezione che sta alla base del lavoro.
Un bel passo in avanti per i tedeschi, e un bel acquisto in casa Nuclear Blast.

 

 

Simone Volponi

 
75