Recensione: Blackest Horizon

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Solida realtà del death italiano sin dal 1994, i Valgrind giungono al traguardo del terzo full-length in carriera, "Blackest Horizon".

Trattasi di death classico, ancorato ai dettami principali del genere primigenio, soprattutto a band quali Morbid Angel in primis, grazie all'interpretazione vocale di Daniele Lupidi, lontana dal growling ma vicina al tono stentoreo del thrash così come si usava alla fine degli anni ottanta, quando era in pieno sviluppo la transizione dal thrash, appunto, al death.

Benché la foggia musicale adottata dai Nostri non preveda particolari segni innovativi per via della sua natura intrinseca, lo stile che regge le fila di "Blackest Horizon" è invece parecchio personale. Accanto ad accenni nemmeno troppo velati di melodia ('Sacrificial Journey'), il sound del combo emiliano assomma a sé un nutrito lavoro alle tastiere ('The Blackest Horizon'), rendendo quindi assai moderno un'impostazione sì classica ma calata nella realtà dei giorni nostri. Un buon biglietto da visita che riporta le coordinate tipologiche di una proposta riconoscibile fra mille, identificativa pertanto di un  marchio di fabbrica ortodosso ma nel contempo originale.

La produzione di "Blackest Horizon", inoltre, mira a privilegiare la precisione di esecuzione e la relativa, elevata rapidità, invece che la potenza a sé stante. Il suono, difatti, non è particolarmente aggressivo ma si fa piacere per la sua apparente semplicità da cui emerge con evidenza la notevole esperienza dei Valgrind, nonché la vastità del loro retroterra culturale. Caratteristiche che si trovano amalgamate con naturalezza in un sound sciolto, caldo e dinamico; in grado di raggiungere le alte velocità quando entrano in gioco i blast-beats di Gianmarco Agosti ('Third and Last').

Quasi che, in piena era digitale, il tutto sia stato lavorato con apparecchiature analogiche, donando al quartetto del bolognese un altro elemento di singolarità in questo terzo millennio dominato dai bit.

Ovviamente sono presenti song massicce e poderose, come la ridetta 'The Blackest Horizon', in grado di mantenere costantemente alta la tensione che, a onor del vero, si mantiene uguale lungo tutta la durata del platter. A tal proposito, è buono anche il songwriting. Diretto, non particolarmente elaborato bensì agile e sciolto, perfetto per il sound della formazione italiana giacché, per quanto già espresso, combacia alle composizioni come i pezzi di un rompicapo.

Agilità che si percepisce con piacere nella prima traccia del trittico finale, 'Last Angel (Into the Unknown)', dall'andamento rapido e vivace che riecheggia, soprattutto nel leitmotiv, l'heavy, genere-madre da cui tutto è nato, in ambito metal. In questa occasione il mood si incupisce un po', lasciando spazio a un senso di oppressione e di disagio. Un indurimento del sound che prosegue, anzi s'intensifica nella successiva 'Last Angel (The Psychonaut)', brano in cui i Valgrind sciorinano competenze tecniche di tutto rispetto, esattamente come avviene nella closing-track 'Last Angel (Hades Horseman)'.

In definitiva, quindi, i Valgrind onorano con un gran senso di rispetto il death metal, così che "Blackest Horizon" possa essere consigliato a tutti gli amanti della categoria, nessuno escluso.

Daniele "dani66" D'Adamo

 
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