Recensione: Blood, Guts and Games

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Eisley e Goldy.
Un binomio che per i più esperti ed attaccati ai ricordi rappresenterà, al solo nominarlo, un tuffo improvviso nelle memorie del passato, riconnettendosi a quel lontanissimo 1984 in cui veniva edito il primo album dei Giuffria, band che sarebbe stata l’embrione dei celebri ed imprescindibili House of Lords.

Due artisti che, legati assieme, tornano inaspettatamente d’attualità per le cronache dedicate al rock melodico: la coppia di sodali, persasi per strada dopo l’uscita del primo omonimo album proprio dei Craig Goldy's Ritual (1991), riemerge, infatti, con un nuovo ed inatteso progetto, capace di riportare in scena dopo più di quindici anni d’assenza l’ugola roca e selvaggia del buon David Glen Eisley, valido e sottovalutato singer (da ricordare oltre che per i Giuffria, pure per gli eccellenti Dirty White Boy) che, pur se in possesso di un timbro singolare e personalissimo, non ha in verità mai rappresentato un apice vero e proprio del genere, venendo dimenticato troppo presto.
Merito di Craig Goldy (pluridecorato chitarrista che oltre ai Giuffria, ha legato indissolubilmente le proprie fortune all’iconica e leggendaria immagine di Ronnie James Dio) il quale – così vuole il racconto – colto da improvvisa nostalgia ha deciso nel 2014 di trascinare nuovamente in pista il vecchio amico, coinvolgendolo dapprima in una serie di concerti sino poi a giungere alla release di un album vero e proprio.
Ovviamente pubblicato con la benedizione di Frontiers Music, punto di riferimento ormai definitivo del settore.

Ammettendo in tutta sincerità di non aver covato, sulle prime, particolari aspettative su questo insolito come back – il rischio dell’album carico di cliché e stucchevolmente malinconico era dietro l’angolo – va tuttavia ammesso come, almeno in parte, lo scetticismo sia stato mal riposto ed erroneo.
Il prodotto concretizzato in effetti, mostra alcune caratteristiche di rilievo tali da porre in mostra classe ed eleganza unite ad un songwriting di matrice melodic rock foriero di alcuni brani notevoli.
Non è probabilmente il termine capolavoro quello più adatto nel descrivere questo esordio, ancorato ad uno stile espressivo che davvero ricorda in più punti i grandi House of Lords (e naturalmente i Giuffria), in virtù soprattutto delle vocals abrasive e del taglio con cui sono stato confezionati i brani. Piacciono molto le tastiere, dosate con misura adatta nel conferire un’aura fascinosa a più di un episodio, così come le chitarre; le composizioni tuttavia, in alcuni casi riservano qualche passaggio statico che, al di là di una buona cura formale, non incide più di tanto e rimane destinato alle retrovie.

Esistono d’altro canto, alcuni pezzi che rientrano di diritto nella categoria dei brani d’elevata ispirazione, in grado di solidificare l’idea di un disco dignitoso e ben congegnato.
Diciamone tre, su tutti: l’iniziale “The Heart is a Lonely Hunter”, la coriacea ed ugualmente suggestiva “Love of the Game”, ma soprattutto la magica e rarefatta “Lies I Can Live With”, momento migliore di un buon album, forse non eccelso in senso assoluto ma comunque di certo gradito ai conoscitori del melodic rock di vecchia scuola e soprattutto agli estimatori dei già citati Giuffria ed House of Lords.

David Glen Eisley dimostra, dopo parecchi anni d’assenza, d’aver ancora nell’ugola la grinta e le note giuste per assumere il ruolo di singer di rango (al netto di qualche eccesso che lo rendono a tratti un po’ sguaiato), mentre Goldy si conferma la solita incrollabile certezza.
L’ingaggio di un altro vecchio frequentatore della scena come Ron Wikso alla batteria (The Storm, Foreigner, David Lee Roth) e la solita eccellente resa dei suoni made in Frontiers, chiudono il cerchio, definendo i contorni di un cd di certo molto interessante seppur non del tutto scevro da qualche difettuccio e calo di tensione.

Fatta la somma di tutto quanto, un progetto (quanto estemporaneo e duraturo non è dato di sapere) decisamente degno di nota.

 

 
76