Recensione: Blood In Blood Out

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Quanta attesa per questo album! Perché? Perché, dopo dieci anni, troviamo nuovamente al microfono dei leggendari Exodus, Steve "Zetro" Souza, storico frontman riconosciuto come un dei più grandi interpreti del genere stesso. Zetro è stato chiamato a sostituire il partente Rob Dukes. A dirvela tutta, il buon Dukes non aveva mai convinto. Troppo 'moderno' nel suo approccio espressivo, urlato e frikkettone, come piace tanto agli americani amanti delle band dei 'non cantanti', urlatori partoriti dall'ondata metalcore commerciale di mediocre livello. Altresì, compositivamente, le idee di Holt e compagni messe in musica non hanno mai deluso.
Exodus è infatti, da sempre, un marchio di innovazione, ma di una innovazione che resta radicata nella originale attitudine thrash da strada. La band ci ha abituati da sempre ad un thrash metal intenso, strutturato. Un thrash metal molto distante dalle ordinarie proposte filo bay-area che, sopratutto oggigiorno, proliferano come funghi in un sottobosco nuovamente illuminato dal fascino di una corrente artistica ormai leggendaria.
"Force of Habit", disco uscito nel 1992, aveva di fatto realizzato il cambiamento stilistico del gruppo. Tutto quello che c'era prima sapeva di spontaneità, di impatto e di aggressivo, marchio di fabbrica di una generazione che avrebbe scritto la storia. Tutto ciò che è avvenuto dopo ha saputo di rinnovata personalità e di 'maturazione definitiva'. Eccezione fatta per "Shovel Headed Kill Machine", disco che ha saputo orientare nuovamente il modo di suonare thrash metal delle generazioni del ventunesimo secolo, i capitoli fondamentali "The Atrocity Exhibition: Exhibit A" del 2007 ed "Exhibit B: The Human Condition" del 2010 hanno riaperto la discussione sulla band. Cosa stava succedendo? Possiamo in qualche maniera affermare che gli Exodus intendono il thrash sotto un profilo quasi 'progressivo'? Dischi intensi, difficili, a tratti pesanti, avevano lasciato presagire quanto ancora la band potesse regalare in termini di innovazione e profondità compositiva. Quesa piccola, ma intensa parentesi, si conclude oggi, con questa nuova fatica discografica: "Blood In Blood Out".
Il fatto che questo termine 'Blood' compaia sistematicamente in tutto ciò che riguarda gli Exodus contemporanei, a dirla fra noi, ha un po' rotto le palle. Ok che "Bonded by Blood" verrà ricordato per l'eternità, però ora basta! Se l'idea (ed il risultatoatteso) era un ritorno alle origini, ben venga. La band ha colto nel segno, ma tanti di noi ci arrivavamo comunque a questa conclusione, senza dover leggere l'ennesimo omaggio a ciò che su, all'ennesimo uso della parola 'Blood'! Chiusa questa divagazione veniamo ai contenuti.
In primis, quello che risulta vincente di questo disco non è l'aurea commerciale che vuole avere, ma il ritorno al microfono di Steve "Zetro" Souza, frontman dalle capacità notevoli. Il cantante è riuscito a ridare gusto ai brani che, rispetto al recente passato, si 'ridimensionano' in termini di intellettualità cercando di catturare la parte più coinvolgente ed endemica della tipica aggressività del thrash metal.
Il minutaggio resta comunque sostenuto, ma la friuibilità e l'immediatezza sembrano, stavolta, essere stati un principio indiscutibile durante le sessioni di composizione dell'album. Che questo sia un aspetto di maggior pregio o motivo di critica, beh, questo giudizio lo lasciamo agli ascoltatori. Per quanto mi riguarda, con questo disco la band si allinea alle esigenze di un mercato di massa, pur tenendo alta la qualità rispetto i prodotti attualmente sul mercato, mentre in passato la band era riuscita a proporre qualcosa di davvero sfizioso.
L'ascolto di "Blood In Blood Out" è scorrevole. Si fa apprezzare per gusto, per melodie e immediatezza, per sezioni soliste e per eleganza ritmica, semplice, ma persuasiva. La band si fa ammirare per l'indiscutibile qualità tecnica del quintetto con un Tom Hunting devastante alle pelli ed un (già citato) Steve "Zetro" Souza straordinariamente ispirato sotto il profilo espressivo, tagliente ed acido come sempre; le ritmiche sono serrate e il groove non manca anche se, a differenza del passato, l'attitudine incline ad un certo retrogusto speed old-school è più presente. Il basso, in grande evidenza, alimenta il drumming per un risultato ancora più deflagrante. Infine, fattore di non poca rilevanza, il tutto è corroborato da tanto thrashcore, quello in stile Overkill per intenderci ovvero quello che ha fatto la fortuna del thrash East Coast statunitense. Cori coinvolgenti sono infine l'elemento caratterizzante di molti brani qui presenti.
Accurata e robusta nei suoni, la produzione è stata eseguita dall'esperto Andy Sneap, esperto produttore già al lavoro con moltissime band del panorama metal internazionale (Caliban, Cradle of Filth, Megadeth, Opeth, Obituary, Kreator tra gli altri). Eccellente. Nulla di nuovo e di destabilizzante rispetto ciò che questa corrente musicale al momento propone: potenza, pulizia, martellante ritmica e perfetto bilanciamento dei volumi per un risultato compatto che arriva dritto come una mazzata sulla testa!
Quella che manca è invece la maestosità concettuale e la 'progressività compositiva' che contraddistingueva i più recenti (e già citati) full-length, veri capolavori di una unicità ricercata e di una particolarità invidiabile che resteranno quindi un unicum nel prestigioso panorama discografico del quintetto di San Francisco. Resta il fatto che questo che ascolterete è un grande disco di thrash metal. Tanto, tanto valido.

Nicola Furlan

 
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