Recensione: Blooming Rust

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Questi Ram-Page sono una band di recente formazione, ma hanno già messo a segno due album in due anni: il qui presente "Blooming Rust” (2012) e “The Keeper of Time” (2011). Se quindi la voglia di fare sembra non mancare a questi russi, è lecito pensare se, oltre a ciò, abbiano qualche altra qualità.
Spiace iniziare una recensione in modo già così drastico, ma questo “Blooming Rust” è un album che fa acqua da tutte le parti. Definiscono il loro genere come un blackened thrash metal, ma onestamente quello che si può sentire è solo un banale thrash annacquato e un po’ cupo, penalizzato da una prestazione dei singoli approssimativa, soprattutto per quanto concerne il reparto vocale, con un Privalov Vlad che si dimena in uno screaming debole e piuttosto bruttino, affossando quel poco che di buono la band potrebbe mettere in luce.
Del lotto di canzoni qui presenti non se ne salva per intero nemmeno una, ma se proprio si dovesse citare un episodio che si lascia ascoltare più degli altri, allora “Reason” si erge per un minimo di qualità in più. Aperta da un arpeggio malinconico, sfocia successivamente in terreni aggressivi e la vena black metal si fa più presente e compiuta. Nulla di che, ma meglio di niente…Si cerca quindi di scorgere altri brani e aspetti positivi in questo disco, ma purtroppo l’operazione non va a buon fine. Il senso di pochezza, di noia e di impersonalità sono palpabili e quasi preoccupanti. Se certe produzioni negli anni Ottanta erano perlomeno accettabili, nel 2012 non si può accettare una band che non dimostra né attitudine, né ispirazione e che a livello tecnico a malapena rasenta il minimo sindacale. Ma quest’ultimo aspetto sarebbe il meno importante, in quanto ci sono band che sopperiscono alla tecnica con tante altre qualità. Tutti aspetti non pervenuti in questo “Blooming Rust”.
Il fatto che non si riesca ad accostare la band in questione a nessun altro in particolare potrebbe sembrare un punto a loro favore, ma in realtà è il contrario, perché difficilmente, se non a livello di demo amatoriali di band giovanissime, si ascoltano album così scadenti.
Spiace quindi stroncare un album in questa maniera. Spesso, quando si tirano le somme alla fine di una recensione, si cerca di evidenziare, anche nei casi più disperati, qualcosa di buono su cui la band in questione dovrebbe lavorare per uscire dal pantano. Ecco allora che viene da pensare che un nuovo singer donerebbe maggior qualità al cantato, poco ma sicuro. In secondo luogo, dato lo stile, potrebbe esser importante incrementare l’aggressività, irrobustire il reparto ritmico, batteria in primis e cercare di smetterla di intendere i brani come dei 'pensierini in musica'. Tutti i pezzi hanno infatti una durata media di due o tre minuti abbondanti, al massimo, e ciò non sarebbe nemmeno un problema di per sé, se non fosse che appaiono come 'troncati a metà' (passatemi il termine). Nella sostanza vi troverete per le mani un disco della durata totale di venticinque minuti ...in pratica un EP!
In ultima analisi la produzione: certo è nitida e piacevole, ma non adatta al genere, al limite applicabile ad un gruppo di rock-pop.
Detto questo, facciamo i migliori auguri ai Ram-Page, sperando di essere smentiti in futuro. La vediamo dura, ma la speranza è l’ultima a morire, si dice...

Sergio Vinci

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Tracce:
01. Infinite Life - 04:09 
02. The Man - 02:21 
03. Soul - 02:53 
04. Sea Waves - 03:11 
05. Reason - 02:48 
06. Horizon - 02:20 
07. Future - 03:26 
08. Time Fluctuations - 03:37 

Durata: 25 minuti ca.

Formazione:
Dmitriy Dolgov: Basso
Valentov Alexey: Batteria
Privalov Sergey: Chitarra
Privalov Vlad: Voce

 
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