Recensione: Born to Perish

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Dei Destruction è già stato detto tutto: la loro storia musicale è parecchio lunga, anzi, loro sono parte integrante della storia del Thrash, nel bene e nel male, incidendo un buon numero di capolavori, che sono stati innovativi ed essenziali. In questo lungo periodo sono sopravvissuti a molte traversie, come album controversi, cambi di formazione a nastro, il quasi scioglimento, ma la voglia di rimettersi in piedi, con il ricongiungimento tra i fondatori Schmier e Mike Sifringer, ha avuto la meglio permettendogli di rientrare in scena a tutta forza.

Passiamo dunque ad analizzare direttamente il loro nuovo album: ‘Born To Perish’, prodotto via Nuclear Blast e disponibile dal 9 agosto 2019,  successivo a ben tredici album, dei quali il primo, ‘Infernal Overkill’ (alzi la mano chi non lo conosce, che gliela mozziamo immediatamente …) è stato registrato nel lontano 1985.

Born To Perish’ segue la raccolta ‘Thrash Anthems II’, uscita nel 2017 e contenente alcuni brani del primo periodo, ossia dal 1984 al 1990, un giusto modo per far rimanere caldi ed in attesa i propri fans facendogli porre un po’ di domande: cosa succederà nel prossimo platter? I Destruction proseguiranno sulla scia dell’ultimo Full Length vero e proprio ‘Under Attack’? Proporranno qualcosa di nuovo? Ritorneranno alle origini? Mah!!!

C’è poco da dire, il nuovo album porta il marchio Destruction dal primo solco all’ultimo: una palata in faccia alla quale ne segue un’altra e poi un’altra ancora. Questo anche a seguito di un ennesimo, ma fondamentale e radicale, mutamento di formazione, nuovamente a quattro elementi. Schmier e Mike, nel chiaro tentativo di compiere un ulteriore balzo in avanti, hanno infatti coinvolto l’infaticabile Randy Black, batterista di grande esperienza che, nella sua carriera, ha disintegrato tamburi e piatti di band un po’ meno estreme dei Destruction ma comunque energiche, quali i Primal Fear, gli Annihilator, Wasp e Striker (in questi ultimi due gruppi come session man) ed il po’ meno conosciuto Damir Eskić come ulteriore ascia, militante in un bel numero di band minori e scelto con buona sagacia, viste le sue capacità di affiancare buone linee melodiche ai riff schiacciasassi tipici del combo e di impostare assoli deflagranti e granitici quanto enfatici.

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Con questi preamboli ci si dovrebbe aspettare un grande album, che mozzi il fiato, invece ‘Born To Perish’ è ‘solo’ un album bello, che piace ma che non stupisce poi più di tanto. E’ valido ma non va oltre la risoluzione di un compito magari non semplice da risolvere, ma neanche troppo complicato per chi ha così tanta esperienza. Si sente la voglia di spaccare, di dichiararsi ‘re del Thrash’, ma manca quel qualcosa per affermarlo definitivamente.    

Insomma, neanche a questo giro, si può parlare del capolavoro che si sta aspettando. Il motivo? A parere del sottoscritto i Destruction si sono mossi su sentieri compositivi abbastanza stretti, per cui alcuni brani hanno tessiture poco variabili. Se li si ascolta uno ad uno hanno un valore, ma nel complesso del disco questo diminuisce. Poi le variazioni di tema ci sono, alcune pregevoli, altre un po’ meno, comunque tali da non rendere il disco ‘piatto’.

Inoltre ‘Born to Perish’ sembra un album di Thrash schietto e diretto, ma nella realtà bisogna ascoltarlo più volte per entrarci dentro ed assimilarne le sfumature (questo non è certo un difetto, ma rende l’ascolto un po’ più complicato). Quello che comunque conta, in definitiva, è che il combo, nel trasformarsi, non ha perso se stesso.

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La Title-Track, ‘Born to Perish’, inizia presentando da subito la furia cieca del nuovo batterista dopodiché parte a tutta velocità con strofe abrasive seguite da cori determinati ed un duro refrain. L’interludio è da headbanging immediato.

Inspired by Death’ parte con un riffone granitico seguito da una voce demoniaca. Qui sono le linee melodiche e l’assolo ad essere apprezzati.

Betrayal’ si dibatte tra elementi veloci ed altri più infernali e scuri, senza mai perdere potenza. L’interludio è una cadenza nervosa a cui segue un assolo veloce.

Segue ‘Rotten’, che cambia un po’ marcia addentrandosi in territori tipicamente più Heavy (sempre applicati all’impetuosità dei Destruction) con cori che volgono all’epico. Il pezzo è però un po’ ridondante.

Anche con ‘Filthy Wealth’ la band cerca la variabilità, eseguendo ritmiche più moderne affiancate a tempi medi cupi e maligni.

Poi il vero stacco: ‘Butchered for Life’ inizia come semiballad acustica e con strofe lente. Viene spontaneo un punto di domanda: un lento? No, nei denti (pure cariati) … il pezzo s’indurisce scandendo un ritmo Heavy aggressivo e robusto che accelera in progressione. All’improvviso esce un assolo lento, su linee prog, che riporta alla quiete, ma è di nuovo una finta: dopo una strofa cantata lenta il metallo che scorre nel corpo del quartetto riesce ed il pezzo s’indurisce di nuovo.

Superata la metà, il disco riprende secondo il metodo classico dei Destruction: ‘Tyrants of the Netherworld’ è un tiratone impostano su una matrice compositiva unica, ‘We Breed Evil’, veloce ed aggressiva, è il pezzo debole, quello che, se lo togli non ne senti la mancanza, ma ci può stare.

Fatal Flight 17’ è una bella traccia violenta e tirata che si muove su ritmi più moderni, mentre la conclusiva ‘Ratcatcher’ è, nel suo complesso, un po’ confusionaria e ridondante.

Alcune versioni dell’opera contengono, come bonus track, la traccia ‘Hellbound’.

Concludendo, ‘Born to Perish’ è un album valido che non delude. Sappiamo però che questi ‘nuovi’ Destruction possono fare meglio. Non ci resta che sperare che mantengano salda la nuova formazione ed attendere il prossimo lavoro.

 
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