Recensione: Branded and Exiled

Di Abbadon - 29 Agosto 2003 - 0:00
Branded and Exiled
Band: Running Wild
Etichetta:
Genere:
Anno: 1985
Nazione:
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75

Dopo aver fatto il loro ingresso nel regno dell’heavy metal con l’eccellente “Gates to Purgatory”, i Running Wild bissano il loro debupt album con “Branded and Exiled”. Siamo nel 1985 e Rock’n Rolf con la sua cricca stanno entrando di diritto nel mondo nel regno del Metallo Pesante tedesco, del quale gli Accept erano ancora i signori, signori però contrastati dalle nuove forze emerse alla fine della prima metà ottanta, come appunto Running Wild, Grave Digger e altri ancora. E, visti i risultati ottenuti con Gates e Branded, la band aveva di che ben sperare per il futuro, visto che già si poteva vantare di due ottimi prodotti pubblicati nel giro di due anni di lavoro “serio” (i Wild erano nati già tempo prima, ma il debutto era arrivato solo nel 1984). L’album segue in maniera piuttosto evidente il suo predecessore per quanto riguarda le sonorità e gli schemi metrici utilizzati, anche se all’epoca la band non aveva ancora mostrato il suo volto “piratesco”, volto che inizierà a far capolino con il successivo “Under Jolly Roger”. Quindi rispondono all’appello una ottima batteria a dettare le ritmiche, non forsennate oltre ogni dire ma comunque molto sostenute, un basso diciamo non di primo piano e delle chitarre che macinano riffs come se piovesse. Il sound è decisamente pieno e “spesso”, mentre chi ha sentito solo gli ultimi lavori del combo amburghese potrebbe rimanere spiazziato dalla voce di Rolf Kasparek, che si esprime con una tonalità vocale decisamente bassa rispetto ai suoi abituali standard, volendo più baritonale, controllata e meno graffiante del solito ma, come sempre, efficace, e che esprime sempre le medesime sensazioni che si avvertono anche nel suonato.
L’apertura del disco è subito affidata alla title-track,  che attacca con un riff spietato e decismente “heavy”. Tale riff è praticamente la colonna sonora della canzone (e garantisco che è un bel sentire), supportato da un’ottima batteria e da un Kasparek che  come detto sta piuttosto giù con la tonalità vocale, senza per questo perdere di lucidità e convinzione. L’unico punto che non mi piace è l’intonazione del refrain, che stona un po’ col suonato, ma niente è perfetto….  Alla più che positiva “Branded and Exiled” segue con l’altrettanto veemenza “Gods of Iron”, tra le migliori performance di tutto il disco. Tirata ma più esplosiva della prima track , anche “Gods of Iron” presenta un riff splendido, che però non la fa da padrone assoluto, in quanto meglio supportato dagli altri strumenti. La velocità è sempre alta, ma vedo un maggiore dinamismo rispetto al precedente pezzo. Per il resto confermo per Gods tutto quanto di buono ho detto su “Branded and Exiled”, aggiungendoci anche un degno refrain, e un assolo incredibile, tutto da godere. Altro giro altra perla, questa volta dal nome “Realm of Shades”. Andamento più adagiato (è una eresia lo so), e quasi rilassante nel suo complesso, la song rimane comunque una colata di metallo fuso,  la quale non mancherà di lasciare soddisfatto l’ascoltatore. Rispetto ai primi due pezzi c’è una sensazione di ripetitività maggiore, fortunatamente compensata da un un ennesimo splendido solo di lead guitar. Se però bisogna scegliere la miglior song in assoluto di questo sophomore album non si può prescindere dal considerare candidata alla vittoria la fantastica “Mordor”. Aperta da un eccellente drumming, presto accompagnato da un riff contenuto ma di grandissimo spessore, questo mid tempo piuttosto sostenuto si e ci addentra per l’appunto nei reami di Mordor, trasmettendo le inquietitudini di quel regno. Sempre molto controllato Rolf alla voce, cosa che non si può della stesura della canzone, nella quale risalta uno splendido refrain, che si fonde alla perfezione nella song e rappresenta la perfetta prosecuzione del già citato riff. Assolo anch’esso controllato, ma che crea una grande atmosfera, soprattutto nella parte (davvero splendida) che porta la track alla conclusione in fade, che lascia strada alla buona anche se un po’ ridondante “Fight the Oppression”. Forse qui abbiamo la miglior esibizione presente su disco da parte del vocalist tedesco, che varia molto il tono del suo cantato nei  quasi 5 minuti di musica, anch’essa come sempre di qualità (salvo la ridondanza di cui sopra). In particolare sentiamo degli acuti che un ascoltatore normale, arrivato alla quinta canzone, non si sarebbe sicuramente aspettato. Forse proprio queste grida sono il punto forte di questa track che salvo pochi aspetti, è forse una delle meno belle di Branded and Exiled, che di far suo continua con la “lenta” “Evil Spirit”, traccia quadrata, coi giri di chitarra che alzano delle atmosfere pesanti, inquiete e sinistre. Ottime soprattutto le strofe e la lead guitar, che smuove un po’ la persistente staticità (ma non è un male, anzi) della canzone più “tetra” dell’album.  Dinamismo a bizzeffe invece scaturisce dalle note della grande “Marching to Die”, tenuta in piedi da una combinazione chitarra/batteria di tutto rispetto. Molto buona la fusione tra gli strumenti e il cantato, aspetto sempre notevole ma che probabilmente tocca il suo massimo proprio qui. E riff d’acciao anche per l’ultima, lenta ed eccellente “Chains and Leather”, introdotta da una ottima batteria e appunto impreziosita dalla splendida chitarra, che inizialmente funge un po’ da sipario che fa capire i rocciosi connotati del brano, connotati che sublimano nell’intro al refrain di questo ennesimo pezzo degno di nota, sia per l’album, sia per tutta la prima parte di discografia dei Running Wild. Certo la band era giovane e stava ancora cercando la maturità musicale, che a mio avviso sarebbe arrivata appieno, dopo un assaggio in Under Jolly Roger, da Port Royal in avanti, ma se ci sono delle cose che sicuramente ai tempi (e pure ora, và) non mancavano a Rolf Kasparek e ai suoi di turno compagni di piraterie, queste erano le “palle quadre”, la cattiveria e tanta, tanta energia da sfogare in musica. “Branded and Exiled” in sostanza è proprio questo,  un ottimo disco (secondo me non ai livelli dell’esordio, ma che sicuramente non sfigura al suo cospetto, e merita davvero di essere sentito) e soprattutto non un album di transizione (anche se è tra i meno conosciuti dei Running Wild), ma un importante passo di una carriera destinata a rimanere consegnata ai posteri.

Riccardo “Abbadon” Mezzera

Tracklist :
1) Branded and Exiled
2) Gods of Iron
3) Realm of Shades
4) Mordor
5) Fight the Oppression
6) Evil spirit
7) Marching to dire
8) Chains and Leather

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