Recensione: Bronze

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Il “famoso” sesto album per un gruppo è uguale al quinto e al settimo, sempre se non sei in grado di rinnovarti o progredire con il sound creato in fase di start-up. Justin Greaves per sopperire a questo inconveniente ha deciso, oltre a cimentarsi con molteplici strumenti suonati in maniera discretamente valida, di coadiuvarsi di molti ospiti che intorno lui riescono a creare svariate sfumature sonore spaziando a 360 gradi. I Crippled Black Phoenix sono una creatura atipica, costruiscono ogni loro album contaminando il passato attraverso il presente, rifacendosi al percorso che gloriose entità del passato hanno creato dal nulla, unendo e mescolando il tutto fino a farlo “loro”. Potremmo quasi dire che la band serve al mastermind Greaves quale veicolo induttivo per andare alla ricerca ed alla sperimentazione delle sue volontà sonore e strumentali attraverso l’unione di una ipotetica infanzia che entra prepotentemente nell’adulto odierno. Lui al centro ed una congrega di molteplici musicisti che gli suona attorno alternandosi tra live e studio session per dar forma ad un progetto tanto inusuale quanto unico nel suo genere. Il sound vero e proprio dei Crippled Black Phoenix viene confermato, per l’ennesima volta, attraverso “Bronze” quale unico e fine a se stesso, nel senso che è impossibile da riprodurre e riportare in vita da qualsiasi altra band sul globo. Cosa offre sul piatto della bilancia a conti fatti questo nuovo capitolo della vasta discografia dei nostri? Nulla. Fermi, non corriamo troppo veloci ed addentriamoci leggermente più in profondità.

Dieci brani, dieci canzoni che portano ad un minutaggio complessivo alquanto grasso e corposo, tanto ciccione che non è facile per nulla mantenere l’attenzione al 100% durante tutto il percorso auditivo; senza sbilanciarsi sin da ora potremmo confermare come “Bronze” sarebbe potuto essere un album dal potenziale infinito con qualche brano in meno, decisamente definibile quale riempitivo. Se l’intro di cinque minuti, tanto minimal quanto inutile, non invoglia ad indurre le migliori speranze, già con le tracce successive il trip “post-Pink Floydiano", "qualcosa" prende forma attraverso influenze che deviano dall’hard rock, allo stoner, passando per il doom psichedelico sino ad addentrarsi dentro l’avanguardia dei synth vera e propria. Brani quali la seconda ‘Deviant Burials’, il lentaccio blues-ggiante ‘Rotten Memories’ e la lunga ‘Winning A Losing Battle’ diventano la base del CBP di oggi. V’è il minimalismo sonoro scoperto e rivisitato attraverso l’adattamento moderno di strutture sonore già ascoltate e intraviste molteplici volte in passato; schiettamente ed in sintesi: non v’è nulla di speciale in tutto ciò che ascoltiamo, siamo onesti. ‘Champions Of Disturbance (Pt 1 & 2)’ ci riporta indietro all'età d’oro del prog settantiano lungo un grande magistrale lavoro di synth, mentre in completa antitesi ‘Turn To Stone’, nella sua semplicità, si avvicina prepotentemente a sonorità stoner d’annata. Sono semplici ma basilari giochi di contrasti. A tratti vittoriano quest’album riesce a collegare lo spazio tempo per andare verso il futuro, ma non è tutto “Bronze” ciò che luccica e a conti fatti il disco, è considerabile quale una grande pentola fatta di ottime idee ma portate spesso e volentieri troppo all’estremo, dilungando il tutto verso l’iperspazio. Brutto ma sincero da affermare quanto come se il tutto avesse avuto almeno quindici minuti in meno tra intro, fading e tira e molla inutili, non se ne sarebbe sentita la mancanza, probabilmente ne avremmo solo giovato. L’altra domanda che sorge proprio mentre vi scrivo è data dal ripensare a quell’unica traccia, ‘Scared And Alone’, decantata dalla splendida voce di Belinda Kordic con un timbro vocale così angelico da far venire i brividi lungo la schiena. Perché non gli si è voluto offrire più spazio? Che ha fatto di male questa povera ragazza? Domande a tratti inutili, ma necessarie un volta analizzato l’insieme. Daniel Änghede non è un cattivo cantante, guai al mondo, ma tende a quell’uniformità troppo poco stratifica che spezza le dinamiche degli strumenti, come dire ad un genitore che il proprio figlio è bravo ma non si applica.

Il percorso dei nostri Crippled Black Phoenix continua imperterrito senza strascichi, impossibile definire i loro album quali brutti, ma alla resa dei conti oggigiorno v’è qualche dettaglio da limare perché con del progressive hard rock contaminato, non si impressiona più nessuno. Ottima la produzione profonda, calda ed avvolgente come la scelta di donare più importanza alla parte prettamente “orchestrale” rispetto che ai classici stilemi, ma come già compreso, ogni medaglia ha due lati. “Bronze” è un buon disco, minimalista e a tratti tendente alla paraculaggine, si ascolta con piacere anche se dopo una serie così prolifica di album in così poco tempo, probabilmente un periodo in più di pausaè consigliato perché le potenzialità per creare un capolavoro ci sono, ma devono essere sviluppate meglio dal buon Greaves. Non credo che dopo qualche ascolto, magari distratto, a molti venga voglia di rimettere su questo platter andando senza pensieri ad il prossimo titolo in lista. Fenice avvisata, mezza salvata.

 
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