Recensione: Built to Last

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Gli Hammerfall sono da considerare ormai una fiera istituzione nell’ambito del power metal, e la loro carriera procede regolare dal lontano 1997, anno del fortunato debutto Glory To The Brave.
Da lì il loro cammino è stato un susseguirsi di album dal successo costante, con poche evoluzioni se non l'ispessimento del suono che li ha portati verso il lato più squisitamente heavy della proposta, senza grossi ribaltoni. Qualche cambio di line-up non ha fiaccato la volontà degli svedesi, il cui martello è da sempre stretto nelle mani di Joacim Cans e Oscar Dronjak, e due anni dopo l’incerto (r)Evolution eccoli ripresentarsi sul mercato con questo Built To Last, decima fatica discografica in perfetta linea con quanto fatto e detto in precedenza.
Riportiamo alcuni estratti a caso delle liriche presenti nelle dieci tracce proposte:

No matter what they will say. Forever we march our own way. We’re in this together; we’re fighting to win”

oppure:

Hammer High, no one should ask me why It’s my life, proudly I will defy. Hammer High until I die. Black clouds on the horizon. Dread crimson skies The thunder within, the sign to begin”

Questo per capire come la direzione di Built At Last sia netta: heavy metal di estrazione fantasy, e nient’altro. Per l’ascoltatore non ci sono sorprese, e l’opener “Bring It!”, classica che più non si potrebbe, spedita e dal coro immediato, ne da subito dimostrazione, seguita a ruota dall’altrettanto immediata “Hammer High” che si apre con un coro battagliero (che invero sembra più preso da una taverna crucca) e procede bella rocciosa seguendo per filo e per segno una struttura compositiva forgiata in vent’anni di carriera, puntando sul sicuro.
L’arpeggio acustico che apre “The Sacred Vow” è una trappola per far credere di trovarsi già al primo ballatone istituzionale presente in qualsivoglia disco heavy-power, e invece la traccia è l’ennesimo episodio veloce simile a tanti altri scritti dagli Hammerfall, con l’intermezzo del solito e classico coro battagliero (e ripeto, sembra più da osteria. Questo vale per tutte le tracce presenti). “Dethrone and Defy” ribadisce il concetto, mentre la ballata la troviamo a metà percorso con “Twilight Princess” aperta da un flauto e un arpeggio leggero, seguiti dal tono declamatorio di Cans, dall’esplosione di dramma e epos nel refrain, e dall’assolo vibrante che vuole trasmettere tanta malinconia.
Stormbreaker” riprende l’avanzata pigiando sull’acceleratore e mantiene fede al titolo, la titletrack è l’ABC del perfetto metallaro duro e puro pugni al cielo, così come le restanti tre tracce di Built At Last, che gira nello stereo per quarantasette minuti scarsi senza infamia e senza lodi.

Nulla di nuovo dunque, e viene da domandarsi se, ora che siamo agli sgoccioli di questo funesto 2016, si senta ancora il bisogno dell’ennesimo album degli Hammerfall che si specchiano nel proprio sound senza muoversi dal sentiero sicuro. Viene da domandarsi anche se non sia meglio lasciarli da parte e correre a rimettere su qualcosa che suoni più giovane e moderno per avere qualche sussulto. Eppure Built At Last funziona dannatamente bene! Questo se lo si prende dal verso giusto, ovvero quello di un ascolto senza impegno con la voglia solo di divertirsi, battere il piedino e scuotere un po’ il cranio.
I ritornelli sono tutti di facile presa, i riff rocciosi e gli assoli melodici al punto giusto. L’esecuzione è negli standard della band, gli stacchi acustici sono pregevoli, la vibrazione epica in fondo la si sente e anche se sappiamo da tempo che Joacim Cans non è un fenomeno al microfono (un po’ scarso nelle tonalità alte), ma il suo lo sa fare e in tale contesto funziona.
Dunque pollice alto per gli Hammerfall (nonostante tutto), i fans vadano pure tranquilli, così come tutti i defenders più incalliti: in alto i martelli!

 
70