Recensione: Bury The Omen

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Nati nel 2007 con il moniker di Trophallaxy, gli svizzeri Dysrider giungono al traguardo del terzo lavoro in studio, intitolato “Bury The Omen”. Album agganciato, in linea con la moda attuale che vede nascere generi e sottogeneri metal ovunque, a una definizione praticamente ad hoc: ‘symphodeath metal’.

Se si pensa tuttavia al già praticato ‘symphonic death metal’, alla fine non è così difficile immaginare che tipo di musica suonino Joëlle e compagni. E, per l’appunto, in più, sapendo che trattasi di una band con due vocalist di cui uno femminile e uno maschile, appare quasi matematico assegnare ai Dysrider un ruolo simile a quello di gente come Ominum Gatherum, Therion, Children Of Bodom e Nightwish.

Power, gothic e death melodico sono pertanto gli ingredienti che costituiscono la base del sound degli elvetici, che, ci tengono a sottolinearlo, è in ogni caso assai devoto al death. Death duro, rabbioso a tratti addirittura brutale, quando il testimone delle linee vocali passa al roco growling di Jonathan. Al contrario di molti act che lasciano alla vocalist in toto il compito di dipingere il proprio stile, con il risultato di risultare simili fra loro, i Dysrider provano a diversificare la proposta nutrendo, oltre alla... bellezza, anche l’aggressività.      

Un buon effetto sinergico che si può immediatamente percepire nell’iniziale “Against Your Hold”, miscellanea equilibrata fra cascate di note cristalline e bordate di riff poderosi. Ancora più massicci nella title-track, bombardamento di qualità e raffinatezza nei denti; naturalmente ricco di aperture melodiche ove Darryl può sfogare il suo indubbio talento di axe-man preparato e aristocratico. Sino ad arrivare, nell’incipit di “Time Of Decay” all’inusuale duetto violoncello/blast-beats! Una soluzione magari non stravolgente per originalità, ma sicuramente degna di menzione.

Non di più, però, poiché alla fin fine, girandolo e rigirandolo, “Bury The Omen”, nonostante i buoni propositi e le altrettanto buone idee di partenza, sa di un sapore che non si allontana molto da quello ‘solito’. Cioè, da quello tipico di ensemble di power duro super-melodico con voce femminile che dominavano la scena una decina di anni fa, come per esempio gli Edenbridge. Quest’affermazione non deve portare però a sminuire eccessivamente il lavoro del quintetto di Morges. “Bury The Omen” è un platter realizzato alla perfezione, dotato di una grande energia, in alcuni tratti assolutamente trascinante (“The Reckoning”). Frutto di un’elevata professionalità da parte dei musicisti, ciascuno sicuramente sopra la media nell’uso del proprio strumento.

È l’opera nel suo complesso a essere prolissa. Ci sono, sì, dei momenti davvero interessanti, ma intervallati da ‘troppa musica’ ordinaria. Piacevole quanto si vuole (“Blind Avengers”), ma che non lascerà gran traccia nella memoria degli appassionati. Un difetto che può anche portare alla noia.

Al solito, in un’epoca ove la preparazione tecnica media delle band è strabiliante se rapportata a quella degli anni ’80, il problema grave è uno solo: manca ‘quel certo non so che’. Che, al contrario, pareva essere ben più presente, in quei tempi.   

Daniele “dani66” D’Adamo

 
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