Recensione: Byzantine Horizons

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Che dire: dopo il primo ascolto di questo “Byzantine Horizons”, ultima fatica degli italici Crown of Autumn, ho dovuto spegnere per un attimo il lettore e fare il punto della situazione. Non conoscendo (colpevolmente) i precedenti lavori del gruppo non mi aspettavo un simile livello complessivo, e ammetto che il primo impatto con la loro proposta ha sortito l'effetto del classico colpo di fulmine. Per mia fortuna, gli ascolti successivi non hanno fatto altro che confermare la mia prima ipotesi, superando in volata il timore di aver preso un abbaglio. Durante i tre quarti d’ora di “Byzantine Horizons”, infatti, si viene trasportati in un mondo magico, affascinante e per certi versi esotico grazie a una proposta musicale solida, elegante e sfaccettata: il genere è un gustoso ibrido tra dark, death melodico, schegge di prog e qualcosa di indefinito, sfuggente, etereo, che dona alle tracce il loro profumo così irresistibile. Il songwriting è estremamente ragionato, e grazie ad esso si passa da un genere all'altro in modo assolutamente organico, naturale, profumando le composizioni con atmosfere di volta in volta rarefatte, decadenti, trionfali e inquiete, aggiungendo di tanto in tanto quel pizzico cantautorale che piace tanto, e non solo agli italiani. Ogni traccia di “Byzantine Horizons” possiede la sua personalità e si amalgama alla perfezione con ciò che le sta accanto per creare, al termine dell’ascolto, qualcosa di superiore alla mera somma delle sue parti: ogni elemento è al suo posto, perfettamente incastonato in una struttura che ne sfrutta le caratteristiche per togliere all’ascoltatore punti di riferimento ed abbagliarlo con i suoi caleidoscopici giochi di luce, quasi si stesse ammirando un lavoro di oreficeria particolarmente elaborato. Le parti aggressive sono inserite in un contesto musicale più ampio, variopinto, che permette loro di spiccare al momento giusto senza sembrare buttate lì a caso; di contro, le parti più rilassate insaporiscono l’amalgama dei nostri con affascinanti digressioni più contemplative, in modo da creare un unicum organico e scorrevole dal profumo esotico ed ammaliante. Anche il ricorso alle tre voci risulta perfettamente equilibrato: ogni voce si incastona in un alveo musicale adeguato alle sue caratteristiche, e ciò consente al gruppo di screziare ogni traccia con differenti schegge emotive senza, per questo, creare confusione tra un approccio e l’altro.

Un arpeggio languido apre le danze: in un attimo “A Mosaic Within” prende corpo con riff trionfali e corposi, su cui si innesta il duello tra le voci maschili. Milena entra in scena poco dopo, sfruttando il passaggio più dilatato per insinuarsi nel tessuto sonoro. Il rallentamento centrale, in cui viene recitato un passo di S. Isacco di Siro, cede il passo a una sezione strumentale sognante ed eterea prima del solo. Il finale più insistito sfuma in “Dhul-Qarnayn”, anch’essa introdotta da un arpeggio rilassato su cui si distende la voce femminile. La traccia si sviluppa lentamente, mantenendo un approccio quasi romantico interrotto, poi, da una brusca sfuriata di growl. Ciò nonostante, la canzone si mantiene su toni languidi, dilatati, giocando con le improvvise aperture cariche di pathos delle voci maschili (ricordandomi in più di un’occasione i lavori degli Orphaned Land), per poi spegnersi dolcemente com’era iniziata. “Scepter and Soil”, invece, parte propositiva, salvo stemperare la cocciutaggine iniziale con l’ingresso di Milena. Il pezzo serpeggia tra momenti aggressivi e trionfali ad altri più soffusi, chiudendosi con una bella cavalcata finale. “Cyclopean”, da cui è stato tratto anche un video, fa dei toni suadenti ma al tempo stesso inquieti il suo tratto distintivo, giocando con velocità contenute e inframmezzando al tutto melodie più toccanti. “Lo Sposo dell’Orizzonte” è stata una sorpresa: più che una canzone in senso stretto la definirei più una poesia o addirittura una preghiera messa in musica, tale è il tasso di misticismo rituale che la permea. La traccia, cantata in italiano, inglese e latino, ricorda per certi versi i Magnifiqat, gruppo in cui gravita(va)no sia Emanuele che Mattia, e si snoda lungo una melodia tenue e contemplativa su cui la voce di Milena ricama sapientemente (con l’aiuto, seppur centellinato, di Gianluigi) passaggi dall'eleganza non comune. Dopo la calma, la tempesta: “Everything Evokes” deflagra suonando la carica con riff tesi e ritmiche arrembanti, mentre Emanuele inizia a dispensare un po' di sani ruggiti. L’improvvisa apertura trionfale introduce il ritornello melodico, solare, mentre col ritorno alla strofa si rovina di nuovo nel mondo dei riff. Il pezzo si divincola tra questi diversi umori senza, però, perdere mai la bussola: tale è la padronanza della materia trattata da parte del gruppo che non stupisce neanche, durante l’intermezzo dal retrogusto elettronico che apre la seconda parte, la fugace comparsata di un coro gregoriano, che in un attimo scompare nuovamente poco prima del finale. “Walls of Stone, Tapestries of Light”, dopo un incipit romantico, si ammanta di un’aura epica, rombante, screziata di tanto in tanto da fraseggi più luminosi. L’improvviso irrobustimento del suono sfuma nelle languide melodie che avevano aperto la traccia e che ora la chiudono, spalancando le porte alla successiva “Whores for Eleusis”, ispirata al Canto XLV di Ezra Pound (la cui voce chiude il pezzo recitando, per l'appunto, un brano dell'opera suddetta). Qui, a un’apertura malevola e oscura dominata da sussurri acidi e ostili, fanno da contrappunto riff minacciosi inframmezzati da improvvise schegge di melodia più raggiante e trionfale. Riff corposi e squarci epicheggianti aprono la bellicosa “Lorica”, che poi si distende su arpeggi meno furenti. Il pezzo alterna aggressività battagliera e trionfale e rallentamenti dal profumo elegiaco, condendo il tutto con le sporadiche intromissioni dal sapore sacrale della voce femminile, e avanza inesorabile dispensando carica e tensione. “Roman Diary”, dopo un inizio leggero, quasi sognante, rompe gli argini iniettando pathos ed epicità a manciate nell’amalgama, coronato da una prestazione sugli scudi di Gianluigi. I fraseggi più dimessi bilanciano ottimamente la carica del pezzo, impedendogli di sforare il tetto della cafonata inutilmente patetica ma consentendogli di sfogare la giusta enfasi senza esagerare. Chiude questo gioiello “Our Withering Will” in cui, per la verità, ho avvertito un leggero eccesso di pathos da parte del poc’anzi lodato Gianluigi. A parte questa mia personalissima impressione (più che altro per trovare qualche critica da muovere all’album, non per un reale difetto dello stesso) va detto che la canzone scorre in modo impeccabile, col suo profumo sentito e vagamente malinconico ulteriormente enfatizzato dal coro bizantino in chiusura, che pone il sigillo a questo lavoro con la giusta nota liturgica.

Inutile girarci intorno: “Byzantine Horizons” è un album eccellente, punto e a capo. I Crown of Autumn hanno confezionato un lavoro sfaccettato, elegante, passionale, carico di spunti e suggestioni diverse ma al contempo incredibilmente digeribile e per nulla ampolloso, lontano dagli sfoggi di superiorità tecnica inutilmente barocchi. Un lavoro che gioca con le emozioni e ammalia da subito, ma svela nuovi particolari ad ogni ascolto successivo: consigliato a tutti gli amanti della buona musica, nessuno escluso.

 
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