Recensione: C’mon Take On Me

Di Fabio Vellata - 17 Marzo 2013 - 0:02
C’mon Take On Me
Etichetta: Nuclear Blast
Genere: Hard Rock 
Anno: 2013
Nazione:
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72

Un piccolo passo falso, si concede anche ai grandi fuoriclasse.

Quando poi il proverbiale “passo” non è così fallace e negativo tanto da parlare di vero insuccesso, si può bonariamente accettare il momentaneo calo delle quotazioni, godendo di quanto di buono comunque reperibile nell’immediato.
Nell’attesa di tornare a puntare ancora verso l’alto (si spera) nel prossimo futuro.

La band di Jocke e Adde, ci aveva forse abituati sin troppo bene.
Una serie di dischi dall’allucinante qualità artistica – partoriti nel quinquennio tra il 2005 ed il 2010 – aveva, in effetti, proiettato la combriccola di Goteborg verso le sfere più alte dell’hard rock continentale, riservando al moniker degli Hardcore Superstar un ruolo di fiero competitore tra i pretendenti al trono assoluto.
Una scalata alla consacrazione definitiva che, verosimilmente, è comunque destinata a permanere ricca di buoni auspici e carica di possibilità, nonostante l’uscita – dopo quattro autentici “colpi di cannone” – di un disco solamente “carino” e non molto di più.
Condito da qualche canzone davvero piacevole, sorretto dalla consueta maestria di una band rodatissima, completato da una produzione impeccabile, da un accentuato occhio per le melodie e da arrangiamenti di lusso. Tuttavia, meno incisivo, totalizzante ed adrenalinico degli illustri predecessori, nei confronti dei quali appare impietosamente più debole, sbiadito e dimesso.

Il discorrere in termini simili di “C’mon, Take On Me”, ultima uscita discografica degli Hardcore Superstar, potrà apparire forse ingeneroso e persino un pelo eccessivo. Ma è, in fondo, diretta emanazione di quanto di buono espresso dal quartetto sin qui.
Parliamoci chiaro e fuor di metafora insomma: con un disco solo accettabile per i loro standard, Jocke e sodali “sverniciano” senza troppa fatica un buon tre quarti dei contendenti presenti sulla piazza, mettendo a segno un album che, pur se interlocutorio, riesce in ogni modo a regalare qualche hookline ed almeno un paio di soluzioni melodiche che per molti possono apparire per lo più una specie di miraggio.
Se però, di grandezza assoluta vogliamo discorrere, da queste parti, in questa occasione, meglio glissare e procedere oltre.

Stavolta, per comprovare la bontà del nono capitolo in carriera e garantire il timbro di approvazione, ai nostri HSS potrebbero essere sufficienti tre brani, guarda caso, posizionati furbescamente proprio in cima alla tracklist.
L’agitata title track “C’Mon Take On Me” e le seguenti “One More Minute” e “Above The Law” (non a caso scelta come primo singolo), pur se rivestite di un flavour melodico molto più ammorbidito ed orecchiabile del solito, mostrano il profilo migliore degli Hardcore Superstar targati 2013, mandano a referto una serie di efficacissimi chorus che fanno gioire i padiglioni auricolari e sollazzano la voglia di puro divertimento “sleaze” di ottantiana memoria.
Un dimostrazione di puro easy listening che di primo impatto concede spazio a larghi entusiasmi, portando a sperare che la rotta venga mantenuta sino al termine delle dodici canzoni presenti in scaletta.
Un auspicio che, qualora mantenuto, avrebbe potuto consegnare ai posteri un altro grandissimo tassello in una discografia di eccellente valore.

Purtroppo, però, come spesso accade, le speranze sono destinate ad essere in parte disattese.
C’è molta meno incazzatura selvaggia questa volta nella musica degli Hardcorers: come fulminati d’improvviso dal Sunset Strip ed esaltati da Motley Crue, Poison e Ratt, i quattro figli del grande nord emergono con il disco più “yankee” prodotto in carriera, tralasciando però, un po’ di quella convinzione e di quell’arroganza che li aveva resi un ruvido e scalciante combo di eccitante e “bastardissimo” hard n’roll.
Accade così che la seconda parte (abbondante) di “C’mon Take On Me”, scivola in modo più o meno scorrevole e divertito ma tutto sommato senza grossissimi acuti, presentando una serie di gradevoli rock tunes che tanto sanno di Aerosmith, Crue e Poison (“Too Much Business” su tutte) ma, in ugual misura, danno la netta impressione di un lavoro svolto in “difesa”, quasi di mantenimento della posizione acquisita.

Non c’è, in fondo, nulla di male, nell’omaggiare alcune delle grandi muse che questa meravigliosa musica possa annoverare. Le cose stonano un po’ però, se porti stampato sulla fronte il marchio del predestinato ad assumerne l’eredità e – forse per la prima volta in carriera – ti arrocchi sulle posizioni, rimescolando le carte giocate da altri senza offrire nulla di realmente decisivo.
L’impressione conclusiva è, inevitabilmente, quella di un album interlocutorio e di mestiere, dalla disinvolta aria ruffiana e dal profilo accattivante quanto annacquato.

Per stavolta possiamo accontentarci del puro e semplice divertimento, dell’aria rilassata e dello spudorato stile piacione di cui “C’mon Take On Me” è intriso.
A patto che, questo, non sia il preludio all’appiattimento del songwriting verso canoni troppo stereotipati e privi di personalità.
A quel punto, le cassandre che, dopo la dipartita di Thomas Silver, cantavano il de profundis per i Superstar, potrebbero diventare partito di maggioranza…

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