Recensione: C.O.D.E.

inserito da

All’interno del panorama dell’hard’N’heavy tricolore vi sono personaggi che hanno contribuito a scriverne la storia che però, per un motivo o l’altro, non hanno mai ricevuto i veri onori della ribalta, pur essendo considerati dei “grandi” dai conoscitori più attenti dell’ambiente. Uno di questi è senza dubbio Ronnie Alberti, cantante dei Love Machine e dei Drama, ai quali fornì nel la sua preziosa ugola lungo i solchi di Once and for All del 1988 e Sink or Swim, uscito postumo nel 2015.

Orbene, il buon Ronnie, recentemente, ha radunato al proprio capezzale qualche vecchia triglia dell’HM italiano insieme con qualche più giovin musicista e ha dato vita ai C.O.D.E. Trattasi di ensemble di Hard Rock puro, composto, oltre che dal sopramenzionato singer lombardo, anche da "Pino" Rizzitelli (Chitarra), Walter "Walt" Borrelli (Tastiere), "Pippo" Maggio (Batteria) e Roberto "Roby" Anfuso (Basso). Essenzialmente i C.O.D.E. convogliano anni di sudore e sangue sui palchi di mezza Lombardia a suonare senza la puzza sotto al naso in due manciate di canzoni, avviluppate dalle fiamme di una copertina spartana riportante solo il moniker della band, realizzato in regime di autoproduzione.

L’esperienza maturata a interpretare i pezzi dei Gotthard – ricevendo a suo tempo l’imprimatur e l’apprezzamento ufficiale nientepopodimeno che da Leo Leoni e dal compianto Steve Lee (R.I.P.) – porta i nostri a guardare l’essenza della musica hard dritta negli occhi e il risultato, al netto di una produzione “normale” per uscite di questo tipo è racchiuso in una decina di pezzi.        

Si passa dalla spudoratamente deepurpleiana (I Want) My Rock N Roll al roll leggero di Doctor Love, con cori d’altri tempi. L’ala più sdolcinata della sporca decina va ad appannaggio di Don’t Turn Away e The Journey. Palma d’oro per la ballad adulta Togheter as One, mentre la cattiveria dell’ascia griffata Rizzitelli si impadronisce delle note di Nightmare.   

Oltre alle radici tipicamente Drama il suono dei C.O.D.E. affonda, rimanendo nei patri confini, in quello dei colleghi illustri Danger Zone, altra band con un altro fuoriclasse dietro al microfono, Giacomo Gigantelli, uomo che possiede molto in comune con Alberti per via del feeling che sa sprigionare.

Ronnie è cresciuto a pane, salame, Deep Purple e Led Zeppelin, interiorizzando l’immensa lezione impartita da Ian Gillan e Robert Plant. La sua interpretazione è figlia di ore e ore di ascolti nonché di frammenti di legno di palco consumato conficcati negli stivali da cow boy. E si sente alla grande! Puro godimento per i fan della musica dura di classe e di razza.   

C.O.D.E. : un nome da segnarsi sul taccuino – ops, nel Mynotepad dello Smartphone – per chi ama l’Hard Rock di altro lignaggio senza data di scadenza. Se ‘sti dieci pezzi li avessero incisi i Bon Jovi piuttosto che i Whitesnake alcuni di essi ce li saremmo trovati, successivamente a un lavoro di megaproduzione con aggiunta di effetti speciali e arrangaimenti ad hoc, in heavy rotation sulle principali radio mainstream e meno mainstream. Ma da noi le cose vanno in maniera diversa, purtroppo, si sa…      

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

RONNIE ALBERTI

Pino Rizzitelli e Ronnie Alberti

 

 
74