Recensione: Carchosa

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Carchosa è il progetto solista di Henrik Nygren, poliedrico musicista svedese, che, nel 2012, ha deciso di lavorare per conto proprio, chiamando a raccolta qualche amico a dargli una mano, ma di fatto generando una ‘one man band’, occupandosi lui stesso delle voci, delle chitarre e della programmazione elettronica.

Il risultato della sua fatica è un full-length che porta lo stesso nome del progetto, autoprodotto e pubblicato il 9 giugno 2018.

Caratteristica fondamentale dell’album è quella di prendere quasi tutti i nomi che generalmente diamo ai vari stili metal: Thrash, Death e Progressive, in particolare, farne un fascio e buttarli nel cestino, dimostrando che essi sono solo termini convenzionali, utilizzati da noi fan per specificare in che direzione vanno i nostri gusti o dagli agenti di marketing per aumentare le vendite. Nella realtà si tratta di una cosa sola: musica e nel caso di Carchosa musica di buon livello.

Nygren è un vero compositore, creatore di atmosfere, che vanno dal furioso al romantico, riuscendo a trasmettere la stessa intensità emozionale a chi ascolta.

I brani sono sette, tutti molto lunghi: a parte la ‘breve’ ‘Rise of the Valkyries’, che dura ‘appena’ sei minuti, si passa da ‘Whitin’, di sette minuti e mezzo, alla conclusiva ‘Damnation’, che supera i dodici minuti. Nel mezzo brani anche da otto o nove minuti.

Minutaggio più tipico del progressive, dunque, per un album che spara fuori soprattutto tanto Thrash ed un po’ di Death.

Tutti i brani sono molto versatili e dinamici, basati su cambi di stile repentini ma ben legati; è pertanto inutile descriverli uno per uno, non essendoci una traccia che si eleva sulle altre per la sua diversità. Piuttosto le strutture sono tutte abbastanza simili, basandosi su aperture acustiche, scure o romantiche, parti cantate Thrash, con voce al vetriolo, che vanno dal più convenzionale a quello più moderno che vira al Death, soprattutto per l’impiego del blast beat, ad assoli melodici, lunghi ed intricati, che svelano la vena progressive dell’artista ma anche la passione per il Metal classico.

Come esempio si cita la prima traccia ‘Unfathomable’: inizio acustico torbido, partenza con ritmo marziale, accelerazione fino a giungere a strofe in chiave Death seguite da un refrain in tempo medio che riporta ad una sezione acustica carica d’atmosfera seguita da un assolo avente lo stesso andamento. Poi di nuovo si viene colpiti dalla ritmica del tempo medio ed è prima Thrash e poi Death che viene contrapposto ad una chitarra Progressive, poi ripartono le strofe che alternano il Thrash al Death, con un tempo medio quasi epico che porta ad una sezione nuovamente acustica, che sembra conclusiva ma che riporta alla furia del Death.

Come sopra detto, tutti i brani, pur essendo diversi tra loro, sono grosso modo strutturati con lo stesso criterio, per cui a spiegarli singolarmente si corre il rischio di annoiare il lettore.

L’unica eccezione è ‘Disciples’, un Thrash convenzionale con poche variabili al suo interno se non l’immancabile assolo Prog.

Nel suo insieme ‘Carchosa’ è un album ascoltabile, che ha bisogno di un passaggio in più per essere compreso, vista la sua complessità. Complessità che è un’arma a doppio taglio perché, se da un lato dimostra le alte qualità tecniche compositive di Nygren, dall’altra, l’eccessiva lunghezza dei singoli brani, può portare ad un po’ di dispersione e, conseguentemente, ad un po’ di tedio.

Sarebbe interessante sentire la versione live dei pezzi, per cui si spera che i musicisti che per ora hanno aiutato l’artista a registrare l’album diventino parte della band per portare sui palchi quanto faticosamente composto. Attendiamo il secondo lavoro. 

 
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