Recensione: Caronte

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I The Trip nascono in Inghilterra nella seconda metà degli anni Sessanta grazie all’impulso aggregativo fornito da Riki Maiocchi, già cantante dei Camaleonti, approdato nel Regno Unito per mettere insieme un gruppo musicale più improntato alla psichedelica e alla sperimentazione musicale. Vari e rapidi cambi di formazione caratterizzano la prima fase di vita della band che vede, durante queste scosse di assestamento, la presenza tra le proprie fila di musicisti di gran calibro come ad esempio un giovane Ritchie Blackmore, selezionato come chitarrista prima che la sua strada lo portasse verso i Deep Purple. Sebbene non vengano registrati album in questi primi anni di frenetica attività organizzativa, i The Trip sfruttano questo periodo per consolidarsi ed inserire in organico artisti in grado di formare un’adeguata alchimia sonora. Sin dall’inizio, uno degli aspetti salienti della formazione stabile è quello della pluri-culturalità dei musicisti, provenienti da paesi (Italia e Gran Bretagna) e stili musicali diversi. La pubblicazione del primo album omonimo avviene nel 1970, anno d’oro per i ragazzi che, oltre a curare il proprio debutto, recitano nel bizzarro “Terzo canale - Avventura a Montecarlo”, nella parte di un complesso alla ricerca del successo; è qui interessante evidenziare come le scene finali del film, riprese in occasione del primo Festival Pop di Caracalla, corrispondano effettivamente ad una vera esibizione dal vivo dei The Trip.
Secondo capitolo di una discografia piuttosto breve (quattro dischi), Caronte è caratterizzato da una netta svolta stilistica rispetto al suo predecessore: viene abbandonato il rock-blues del debutto in favore di un progressive rock di stampo tipicamente anglosassone, sebbene l’influenza della parte italiana del gruppo si faccia sentire. Metà dei musicisti che partecipano alle registrazioni provengono infatti dal nostro paese, in una riuscita amalgama di contaminazioni che a conferma il carattere trans-nazionale della band e vede il suo apice proprio in quest’album. Caronte è un concept album metaforico in cui la figura del nocchiero infernale funge da filo conduttore verso un’analisi impietosa della società, caratterizzata da ipocrisia e rifiuto del pensiero diverso. La meravigliosa copertina vede una reinterpretazione di una litografia dei primi anni del secolo scorso: il traghettatore di anime, raffigurato con uno stile che porta alla mente Paul Gustave Doré, si muove in acque agitate coperto solamente, con dissacrante sarcasmo, da una bandiera inglese sulle pudenda; all’interno, i dannati dell’Inferno sono dipinti come partecipanti ad un concerto, con cartelli inneggianti alla band e sensuali condannate in bikini che ammiccano in direzione di chi guarda.

La pulsante apertura di Caronte I è caratterizzata da una presenza massiccia dell’organo Hammond di Vescovi che dialoga con gli altri strumenti in un bel crescendo musicale in cui vengono alternati ritmi allegri e spediti ad altri più lenti e solenni, elemento tipico della produzione musicale dei The Trip. La traccia insiste forse un po’ troppo sullo stesso schema prima di arrivare alla conclusione, un cupo smorzamento sonoro che lascia spazio alla teatrale apertura di Two Brothers, in cui ad un inseguimento in macchina fa seguito un lungo rumore di passi che si spostano per vari ambienti, quasi ad esemplificare l’allontanamento dai luoghi della “normalità”. Il pezzo, forse uno dei più belli mai scritti dalla band, inizia con un avvolgente riff di basso, seguito dalla prima esplosione vocale di un disco che, certo, non è prodigo per quanto riguarda le parti cantate. Come nel brano precedente, assistiamo a rapidi avvicendamenti musicali, improvvisi cambi di registro che sottolineano i momenti di maggiore tensione per una traccia che si ispira ad atmosfere alla Easy Rider, una fuga dai modelli imposti e dall’oppressione di una società in cui non ci si rispecchia; emblematiche, in tal senso, le sirene della polizia che si lanciano a tutta velocità alla chiusura del pezzo, nel vano tentativo di acciuffare un ascoltatore che, ormai, è lanciato verso un mondo migliore.
La morbida ballata Little Janie è forse il brano più curioso dell’intero album: dedicata alla memoria di Janis Joplin, ha un suono più vicino ai primi Beatles che agli Emerson Lake & Palmer. Piccola deriva pop in pieno stile britannico per una canzone che comunque si lascia ascoltare e consente di rilassarsi prima dell’arrivo di un’altra delle pietre miliari del gruppo: L'ultima ora e Ode a Jimi Hendrix, secondo elemento di un dittico ideale in onore dei grandi idoli morti e trasportati da un Caronte consumista che stritola gli spiriti liberi e li costringe in un luogo di eterna dannazione commerciale, sviliti da coloro che li hanno sempre disprezzati e che banchettano sui loro corpi dopo il trapasso. Alla prima parte, pensosa e cupa, fa seguito un’imponente messa da requiem per chitarra ed organo che colpisce l’ascoltatore come uno schiaffo per il suo maestoso orgoglio, una solenne dichiarazione di sdegno nei confronti di tutti coloro che occultano denti da squalo sotto sorrisi dissimulatori. Caronte II chiude il cerchio in un ideale ricongiungimento musicale con la prima traccia, di cui ricalca l’introduzione prima di lasciare spazio al gran finale, in una serie di esplosioni sonore che vedono la contemporanea compartecipazione di tutti i musicisti prima dell’improvviso ammutolimento finale.
 
Caronte è un grande album, il migliore della discografia del gruppo capitanato da Joe Vescovi e, sicuramente, migliore di tanti altre produzioni di colleghi musicisti più blasonati. Non ha avuto la fortuna che meritava probabilmente perché generato in un’epoca in cui il mercato era inflazionato da gruppi similari ed era necessaria una promozione estrema per riuscire a distinguersi dalla massa. Fortunatamente, non è mai troppo tardi per apprezzare la buona musica; Caronte e Atlantide, il terzo disco della band, sono due album che non dovrebbero mancare nella discoteca di un vero amante del progressive rock.
Sebbene non si fossero mai ufficialmente sciolti, è con estrema gioia che i fan hanno accolto il ritorno sulla scena dei The Trip in occasione del Prog Exhibition, svoltosi a Roma nel novembre del 2010. Dopo 36 lunghissimi anni di silenzio, Vescovi, Andersen e Chirico (subentrato a Sinnone nel 1972) hanno dimostrato di avere ancora delle carte da giocare; nonostante gli acciacchi dell’età, la carica trasmessa è stata fortissima. È con estrema gioia che attendiamo il nuovo album che, prima o poi, dovrebbe vedere la luce.

Damiano “kewlar” Fiamin

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Tracklist:

1- Caronte I
2- Two brothers
3- Little Janie
4- L'ultima ora e Ode a Jimi Hendrix
5- Caronte II

Formazione:

Billy Gray (Chitarra)
Arvid Andersen (Basso, Voci)  
Pino Sinnone (Batteria)
Joe Vescovi (Organo, Tastiere, Voce)

 
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